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Gli Scrittori della Polvere al Festival dedicato a John Fante: quell’abbraccio con la figlia Victoria che non dimenticheremo

Sono gli Scrittori della Polvere a raccontare la partecipazione al festival dedicato a John Fante, di Torricella Peligna, paese nativo del padre di John, con la loro raccolta Kilometri. Per loro e per il professore Antonio Cucciniello, curatore della pubblicazione e del laboratorio da cui è scaturito il volume ì, i complimenti di Victoria e Jim Fante, figli dello scrittore.

Chi abbia un minimo di cultura letteraria saprà che le grandi storie vogliono un viaggio. Enea e Odisseo si sono fatti un giro per l’Europa e l’Africa coast to coast, Dante si è girato questo mondo e quell’altro, la Celentano è finita in Perù con Pechino Express. Noi abbiamo fatto di meglio: siamo andati in Abruzzo. Torricella Peligna, città che diede i natali al padre di John Fante, a cui dedichiamo il nostro Kilometri.

La partenza non è delle migliori. Ci riuniamo in otto a Fisciano, cittadina vibrante grazie all’Università di Salerno. I mezzi pubblici ci pugnalano alle spalle, c’è chi resta a piedi e chi prende il treno sbagliato ma alle 13:50 ci siamo tutti, lanciamo gli zaini nel bagagliaio del van e partiamo. La voce metallica del navigatore è una condanna: usciamo dall’autostrada, non la vedremo mai più. Centocinquanta chilometri di vuoto cosmico che cerchiamo di riempire con la radio, Bach, Imagine Dragons, Gianni Celeste. Distese infinite di verde, montagne scavate nel fianco e i paesini al confine abruzzo-molisano che si prendono il sole delle tre di pomeriggio. Dopo cento chilometri tra il verde dei boschi e la polvere delle strade sterrate che si alza, il dramma, le allucinazioni, vedo Heidi che mi fa ciao con le caprette.

Ma piano piano si intravede la civiltà, lampioni solitari, agglomerati di case, addirittura dei bambini e il cartello: Perano. L’hotel ha un sapore medievale, le moquette molto americane, le tende un po’ barocche. Al prof va leggermente male: la sua camera sembra un girone dell’inferno. Io e Ugo in camera abbiamo non uno, ma due lavandini (molto nobile, non ne vedo il senso ma molto nobile), e uno scrittoio da monaco copista. Luca e Alfredo hanno il gabinetto rotto, ma la Venere di Botticelli appesa sul letto è molto meglio.

Tra due risate e una partita a carte, ci giochiamo la notte. Alle 7 del mattino, quasi insonni, ci tiriamo su per fare colazione e dopo due ore siamo di nuovo nel van.

Il Festival di John Fante si tiene a Torricella, nella Medieteca cittadina. Raggiungiamo un parcheggio, chi si infila la giacca, chi si sistema la camicia (io posso allacciarmi le scarpe, se volete). Una gentile signora ci indica dal balcone una misteriosa via che ci porti alla Mediateca: non capiamo. Raggiungiamo il Corso, una ragazza ci indica la via: non capiamo di nuovo. Pazienza, andremo a sentimento. Raggiungiamo per miracolo la Medieteca, ci sediamo in fondo alla sala. Per la 20ª  Edizione del Festival hanno invitato i pezzi grossi, Anna Pavignano a presentare, Erri de Luca come ospite, c’è chi parla di Shakespeare e Freud e in prima fila i figli di John Fante, Victoria e Jim.

Quando tocca a noi l’atmosfera si fa leggera, il prof Cucciniello racconta col sorriso del suo passato, parla di John come di un santo e ad un certo punto si alza, abbraccia Victoria come se abracciasse John e lei risponde al suo abbraccio. È agrodolce, come il momento di tensione delle tragedie, quando Edipo scopre di essere empio e assassino o quando Romeo si avvelena. Ma c’è quel senso di pace che viene dopo il dramma, la consapevolezza che ora è tutto finito e c’è la discesa, c’è la calma.

Hanno comprato il nostro libro, ci hanno chiesto l’autografo e le dediche. Con la serietà dei vent’anni abbiamo riso e scherzato, gli organizzatori ci hanno invitato a pranzo ma abbiamo rifiutato a malincuore. Il van non aspetta, si prende un pezzo di pizza al volo (povero Alfredo, niente arrosticini per lui) e si riparte. Anche stavolta ci godiamo il verde e le strade sterrate, la musica nelle orecchie e le chiacchiere col navigatore in sottofondo. Quel senso di vuoto era in realtà pace, e ancora ce la sentiamo addosso sapendo di aver fatto qualcosa di buono.

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