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I Fatti del Circeo, l’Anpi chiama al confronto: necessario combattere stereotipi e luoghi comuni per contrastare la violenza sulle donne

Una riflessione su stereotipi e violenza nella Giornata della Donna per ribadire come la narrazione mediatica, la rappresentazione di un fenomeno giochi un ruolo fondamentale nella perpetuazione di un sistema e di una cultura discriminatoria. E’ l’incontro in programma domenica 8 marzo, alle ore 10, presso il Circolo della Stampa di Avellino con la presentazione del libro “I fatti del Circeo”, scritto da Serena Terziani. Dialogano con l’autrice Claudia Iandolo, docente e scrittrice; e Floriana Mastandrea, sociologa e giornalista. Introduce la giornalista Giulia Di Cairano. Terziani ricostruisce i fatti di San Felice Circeo, sottolineandone il ruolo cruciale nella storia della violenza sessuale e della sua rappresentazione sociale.  E’ il 29 settembre 1975, quando Angelo Izzo, Andrea Ghira e Gianni Guido tre giovani della “Roma bene”, tutti provenienti da famiglie agiate, legati a ideologie neofasciste e già noti alle forze dell’ordine per precedenti episodi di violenza attirano con l’inganno due giovani, Rosaria e Donatella in una villa di proprietà della famiglia di Ghira a San Felice Circeo, sul litorale laziale. Lì, per quasi 36 ore, sottoposero le due ragazze a violenze sessuali, torture e sevizie indicibili. Rosaria Lopez venne uccisa per asfissia, mentre Donatella Colasanti, gravemente ferita, si finse morta. I tre chiusero i corpi in un bagagliaio, ma fu proprio il lamento di Donatella, ancora viva, a permettere la scoperta del crimine e il loro arresto.

Il delitto, entrato prepotentemente nella narrazione collettiva, ha segnato fortemente la storia dei reati di genere, favorendo una nuova concettualizzazione dello stupro. Uscendo dalla dimensione privata, la violenza sessuale inizia a guadagnare rilevanza nel dibattito pubblico. In virtù della presa di coscienza dell’associazionismo femminile e dei movimenti femministi, i quali realizzano una significativa denuncia, accompagnata da una rilevante produzione politica e da una ampia mobilitazione, si apre la strada alla decostruzione degli stereotipi che alimentano tale fenomeno.  Terziani parte dalla consapevolezza di come il racconto della violenza, che troppo spesso caratterizza ancora la società di oggi, come episodio isolato e ineluttabile, finisca per nascondere la natura strutturale delle relazioni fra uomini e donne. La violenza appare come alterità che non può appartenere a uomini normali, padri di famiglia o lavoratori, così da essere relegata alla sola devianza criminale o collegata all’etnia o all’appartenenza politica. Nasce così l’idea del mostro, dell’orco, così da assegnare il fenomeno di violenza alla dimensione fiabesca fino a giustificare gli uomini, vittima di un impulso incontrollabile. “Relegandolo alla sfera privata del rapporto uomo/donna, si assolve il colpevole, riconosciuto come preda di un raptus e mai pedina di un sistema sociale che. tacitamente, concede a ogni individuo maschio il possesso di una donna e il potere sull’intero genere femminile”. La violenza diventa così “espressione virile di una certa stereotipata mascolinità”. Terziani smaschera l’ipocrisia dominante, ricordandoci come “lo stupro è frutto di condizionamenti culturali e sociali che educano alla normalità degli abusi”. Si assiste in questo modo a un processo di parziale giustificazione della violenza dell’uomo, quasi a dimostrare la responsabilità della donna nello stupro, un processo che passa per l’esaltazione della sua fisicità e all’erotizzazione dei corpi delle donne. “I Fatti di San Felice a Circeo – scrive Terziani -aprono quindi uno squarcio nel velo di omertà e silenzio che da secoli avvolge la rape culture, contribuendo a una nuova concettualizzazione dello stupro, il quale passa dal riconoscimento della sola violenza carnale, all’individuazione della violenza sessuale intesa come atti sessuali agiti o subiti con violenza o minacce o mediante abuso di autorità, richiamando alla sua natura eminentemente politica”.  Si comincia a prendere coscienza di come la violenza sia espressione di una società patriarcale, di modelli sociali imposti dalla cultura dominante, chiedendo con forza per le donne il diritto all’autodeterminazione e il rispetto del proprio corpo. Di qui l’accento sugli stereotipi che pure accompagnarono la narrazione del massacro del Circeo, a partire dal processo fatto di domande insinuanti se non accusatorie e screditanti, di proposte irricevibili. I gruppi femministi denunciarono con forza come il Circeo non rappresentava un evento straordinario ma si inseriva all’interno di una situazione più generale di violenza contro la donna, un fenomeno endemico e trasversale. Tutto si dice dei ragazzi pariolini, autori del massacro, tranne che sono uomini, mentre la femminilità delle vittime viene sottolineata in tanti modi. Terziani ci ricorda che “restituire la dimensione umana agli assassini rappresenta il primo passo per indagare le reali radici della violenza, mettendo al centro la dimensione collettività della maschilità e la sua funzione di polizia di genere”. Accade così che un fatto privato diventa politica “espressione di una società strutturata su un modello di stampo patriarcale che vede il genere femminile quale oggetto su cui scaricare o verificare il proprio potere o in alternativa come mera vittima, invalidando il suo riconoscimento come persona e i conseguenti diritti che da tale condizione derivano”. Una storia che è anche quella del coraggio che Donatella Colasanti dimostrò da sopravvissuta, in campo contro l’ipocrisia e il maschilismo dominanti, perchè il processo di Latina e il fenomeno di vittimizzazione secondaria che lo caratterizzarono siano un monito per il futuro. Una sfida che deve coinvolgere le scuole per contrastare la società dello stupro che, attuando una colpevolizzazione della donna, permette che la violenza si diffonda.

Serena Terziani è Dottoressa in Studi storico-letterari e di genere presso Sapienza Università di Roma. Vincitrice della prima edizione del Premio di Laurea Angela Romanin, promosso dalla Casa delle donne per non subire violenza Onlus di Bologna, e del premio Tralerighe Storia edizione 2021, collabora con il Dipartimento di Scienze Politiche e Internazionali dell’Università degli Studi di Siena.

 

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