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I pericoli del premierato e dell’autonomia differenziata

Nino Lanzetta

Il Premierato, l’autonomia differenziata e la riforma della giustizia sono il frutto di un accordo dei partiti della maggioranza che hanno tenuto di vista più i loro interessi che quello del Paese. Ognuna di queste riforme non ha nulla in comune con le altre, ma, insieme, incidono sulla Costituzione stravolgendola. La Costituzione italiana, infatti, si basa sulla separazione dei tre poteri: il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario che sono autonomi e indipendenti, tenuti in equilibrio fra di loro attraverso pesi e contrappesi e organi di controllo quali il Presidente della Repubblica, la Corte Costituzionale, la Corte dei conti ecc. In Italia vige una democrazia parlamentare nella quale la sovranità appartiene al popolo che l’esercita eleggendo i propri rappresentanti in Parlamento. Questo potere gli è stato scippato attraverso leggi elettorali vergognose e i partiti politici si sono trasformati in gruppi di potere. Secondo tutti i costituzionalisti la riforma del premierato è un obbrobrio. Non a caso non c’è in nessun altro Paese. L’unico che lo sperimentò fu Israele che poco dopo lo abrogò. E comunque si votavano due schede, una per il Premier e una per il Knesset (Parlamento). Anche secondo Violante – che è un moderato quanto ad assetto costituzionale- il Premierato “mette fine alla separazione dei poteri. … il Parlamento diventa un’appendice del Governo.” Cade quindi un pilastro della nostra democrazia nella quale il parlamento e non il Premier è espressione della volontà popolare. Se, poi, ci si aggiunge l’autonomia differenziata, con la possibilità che le regioni più ricche si fanno la propria sanità e la scuola, e l’assalto alla giustizia che si vuole annettere al potere politico, la frittata è fatta! Fiorentino Sullo, che fu ministro per le regioni nel 1972 riteneva che: “la Regione non deve frantumare lo Stato nazionale ma articolarlo rompendo le cento incrostazioni provincialistiche” (Vogliamo fare la Campania –Abete ’67). Dorso guardava al regionalismo come mezzo di rinnovamento della classe dirigente. Ora il contesto è totalmente cambiato ma Calderoli e Salvini sanno poco di analisi storica e di assetto dello Stato e badano solo alla secessione. Infine la Meloni, che già gode di un’ampia maggioranza grazie ad una legge elettorale infame, pur essendo minoranza nel Paese, sta tentando di imporre una cultura di destra occupando tutti i posti: radio TV. Musei, teatri, enti culturali, cinema e tutto quanto può essere usato allo scopo. Tele Meloni è in funzione e il pluralismo in TV è finito e il bavaglio sulla stampa è stabilito per legge. Le riforme costituzionali non si fanno a maggioranza. Così anche per l’autonomia differenziata per la quale i LEP (standard minimi di assistenza) sono superabilissimi. Gli argomenti, populistici e da analisi da bar posti dalla maggioranza, sono risibili, Speriamo che con i Referendum si riesca a ribaltare la situazione. Per la stabilità dei governi ci sono altre strade senza stravolgere la Costituzione, a cominciare da una buona legge elettorale che faccia scegliere agli elettori chi li deve rappresentare ( a doppio turno alla francese o nei modi indicati da Sartori), la trasformazione dei partiti in movimenti di opinioni e non centri di interessi, la sfiducia costruttiva ed analoghi rimedi). Ma con questa sinistra il compito di queste destre illiberali e frazionistiche è, purtroppo, facilitato.

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