Un impianto per il riciclo di plastiche non recuperabili convenzionalmente e per la produzione di olio lubrificante biodegradabile. Cioè olio non inquinante, non sempiterno come la plastica, ma digeribile per l’ambiente. Ecco a cosa serve l’hub per la plastica di Solofra. Un progetto finanziato al Centro Diagnostico Baronia dal Ministero dell’Ambiente con fondi PNRR, risorse destinate alla transizione ecologica per la Rivoluzione verde. Un investimento da 15 milioni. E ancora: un progetto “faro” di economia circolare, cioè innovativo.
Per il riciclo pulito. Che salva il territorio. Secondo il bando del Ministero non sono finanziabili proposte riguardanti “discariche; impianti TMB/MBT/TM/STIR, inceneritori”. Altrimenti il progetto non sarebbe finanziato. Non poteva esserlo perché non era green.
È infatti un faro, un hub, un impianto coperto di 1.660,00 mq, situato nella zona Pip, pensato per ottimizzare il riciclo con intelligenza artificiale, robotica e infrarossi.
Tecnicamente: una linea di depolimerizzazione composta da cinque reattori biologici per il recupero della plastica. I reattori sono a misura d’uomo, della grandezza di una utilitaria. Funzionano per scomposizione molecolare attraverso depolimerizzatori termici alimentati con energia prodotta con combustibili che non richiedono ulteriore impiego di fonti fossili. Insomma, si autoalimentano.
C’è inoltre un sistema robotizzato antropomorfizzato per il riconoscimento, la selezione e la cernita automatizzata della plastica. La precisione è chirurgica.
E c’è un sistema di biofiltrazione all’interno del capannone.
“Bio” è la parola che ricorre più spesso nel progetto.
Perché la tecnologia innovativa è ormai bio. Una tecnologia innovativa per trasformare i rifiuti in qualcosa di pulito.
Evitando discariche, legali o abusive, dispersione delle plastiche in mare, sversamenti nei fiumi, contaminazione e quant’altro.
Qualcosa di nuovo per Solofra, cittadina della concia tra le più prestigiose del mondo. Realtà tra le più antiche, ma non tra le più moderne per l’ecosostenibilità della produzione. Almeno fino ad oggi.
Il no all’hub non è a difesa del territorio, dell’economia, dei cittadini. Legittima è la paura perché in passato qualcosa è andato storto; sbagliato è il terrore e il no a prescindere. Il no senza se e senza ma non può che imbarazzare il Ministero dell’Ambiente e la Regione Campania. E se sul caso l’assessore Claudia Pecoraro nicchia è per non entrare a gamba tesa in un fatto locale. Locale politicamente, anche se l’hub in funzione potrebbe diventare un modello nazionale.
Oggi a decidere è la roulette della conferenza dei servizi, che inizialmente non era neppure prevista perché la valutazione di impatto ambientale non era necessaria per un impianto a difesa dell’ambiente in un contesto fortemente industrializzato che produce scarti industriali, plastica e altro, e che deve inesorabilmente completare il ciclo di smaltimento dei rifiuti il prima possibile e nel migliore dei modi. Significherebbe, altrimenti, negare ogni ulteriore crescita produttiva e sviluppo vero. La salute e l’ambiente prima di tutto. E poi lo stile: i grandi brand oggi all’ecosostenibilità della produzione cioè all’immagine ci tengono.
Perché la produzione industriale inevitabilmente inquina, fa male ed è fuori moda: ha un costo. Con la realtà si fanno i conti.
Se no è ambientalismo ZTL. E il futuro diventa insostenibile, mentre la mobilitazione diventa pseudoelettoralistica, retorica, posticcia e speculativa. Perché, se “qualche” sversamento nel fiume c’è stato, è proprio per la mancanza di una vera politica ambientalista, di una soluzione a un inquinamento letale per l’uomo e l’ambiente. Facile mettersi contro, per la difesa del territorio a senso unico, su una questione pop. Per tornaconto. I sindaci sono a difesa del territorio: ci mancherebbe. Però la difesa del territorio è ambientalismo e deep ecology sempre. Guarda al futuro. Per il momento qualcuno non lo sta ancora facendo.
Il caso dell’Hub di Solofra, tra ambientalismo Ztl e fuffa elettoralistica
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