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Il dialogo contro l’orrore

 

Non so quanti di voi hanno visto le immagini di quei bimbi cristiani in fila, vestiti di bianco, senza più vita, massacrati in Siria. Ho catturato quella foto e ve la propongo in questa mia sofferta riflessione. Vi confesso che un dolore profondo mi ha attraversato il cuore lasciando uno squarcio, una lacerazione che non è facile sanare. E credo, cari lettori, sia così anche per voi. Sconvolto da questa immagine, mi sono chiesto ma quale strada orrenda ha imboccato il mondo? Perché tanta ferocia, crudeltà, inaudita violenza soprattutto nei confronti di bambini che, a quell’età, dovrebbero giocare, divertirsi e imparare ad essere uomini? Già, c’è la guerra. Non risparmia niente e nessuno: donne
e anziani, bambini e giovani, patrimonio della storia
e testimonianze dell’antichità. In tutto questo c’è un rischio: l’abitudine che induce a non farci più caso, a non indignarsi, a ritenere che i conflitti siano fisiologici nella storia mondiale. E così accade che le bombe messe sui treni a Madrid occupino per una settimana gli spazi della cronaca per poi essere consegnati all’oblio. Fino a quando il crivellare dei proiettili non insanguina la redazione di Charlie Hebdo, che risveglia la paura, fa registrare orrore, ma mettein moto anche la rimozione di quel terribile evento. Arriva il massacro del museo del Bardo a Tunisi e si ripiomba nell’angoscia. Ed ecco Parigi, di nuovo la Francia, con più di cento vittime cadute sotto i colpi criminali dell’Isis. La scena non cambia: le autorità mondiali si incontrano, si stringono la mano, promettono drastici provvedimenti, commemorano le vittime, poi tutto torna come prima. Aspettando il prossimo massacro in Europa. Perché, di morti ammazzati, in Medio Oriente, ogni giorno se ne contano a centinaia. Ma lì l’occhio occidentale preferisce non arrivare, lì la morte, le stragi non sono una novità. Eppure bisogna trovare una soluzione affinché sia la vita a sconfiggere la morte. E’ difficile, lo so, proprio perché non sono le religioni ma gli interessi la polvere che incendia qua e là il mondo. Interessi che garantiscono potere, ricchezza, dominio. Creano disuguaglianza, umiliazione, disperazione e violenza. Lo ha detto Papa Francesco: la violenza nasce dalla povertà. E’ il nero del petrolio che genera il rosso che insanguina la terra. Dalla purezza dei diamanti deriva l’impurità della guerra che arma gli eserciti sudafricani in un continente che, come sta dimostrando il viaggio del pontefice, vive in assoluta miseria. Ecco una grande scelta. Francesco, nell’anno del Giubileo, decide di ripartire dal malessere per creare speranza, per denunciare che sono sempre di meno gli uomini dalla parte degli ultimi e sempre di più i potenti che sfruttano persone e territori, distruggendo la coscienza e la carne dell’umanità. Francesco, nella migliore tradizione cristiana, è un profeta disarmato, ma le sue parole in quel continente assai lontano tuonano più dei missili lanciati per zittire la vita. La sua è una lezione umile, semplice, che arriva velocemente al cuore di tutti, che consegna una prospettiva di pace in un mondo tormentato da guerre. Se le altre autorità mondiali avessero eguale autorevolezza e lungimiranza forse la convivenza civile tra i popoli diventerebbe l’obiettivo di tutti. E’ utopico sperare che ciò avvenga? E’ forse una fuga in avanti sognare che questo mondo, dove la vita perde sempre più valore, possa battersi per raggiungere la vera ricchezza di ciascuno che è la solidarietà con l’altro? Certo che lo è, ma dove non c’è più spazio per sognare si inizia a morire. Tutto intorno a noi ci dice che non è ancora il tempo per abbattere l’egoismo sfrenato che fa vincere il male sul bene, quell’individualismo che ci illude di essere noi i migliori, quella sete di potere che annebbia le menti e rende le persone vili e disumane. Ecco perché, mentre nei cieli è tempesta, sulla terra il messaggio di Francesco diventa esempio. E lo è nella misura in cui favorisce l’ecumenismo, l’incontro delle religioni, il dialogo tra realtà e mondi diversi. E’ contro ciò che viene usato il fanatismo islamico. Io, nonostante tutto, continuo a credere che questo mondo può cambiare, se ci si incammina in un percorso in cui, a tutti i livelli, da quello condominiale a quello mondiale, i valori della convivenza civile diventano il traguardo di tutti. La pace inizia dentro di noi. Dobbiamo dare umilmente e infaticabilmente l’esempio. E mi consento anche di non essere d’accordo con monsieur Hollande. Alla morte non si risponde con la morte. Nessuna vendetta può restituire la vita a chi drammaticamente l’ha perduta. E’ proprio dalla sfida muscolare che si aprono le porte al fanatismo disperato. I paesi europei si uniscano non per mettere insieme gli arsenali, ma per affrontare la realtà con un fecondo dialogo che produca ragionevolezza e responsabilità per il bene comune. Se le risorse appartengono al mondo esse devono essere equamente distribuite, secondo criteri di trasparenza e di necessità. Si può fare? Credo di sì. A condizione che ciascuno di noi, dovunque si trovi, faccia la propria parte. Si impegni come sta facendo Francesco, in questa sua difficile missione. Solo così potremo fotografare bambini che corrono felici nei prati e non morticini in lenzuola bianche. Erode non è solo un personaggio biblico, Erode è dentro di noi e continua ad abitarci se non disinneschiamo ogni oscurità che inquina le nostre vite. Che cosa possiamo fare noi, semplici cittadini, per evitare il disastro dei disegni internazionali tracciati sulle nostre teste? Non è vero che siamo impotenti sebbene ci sentiamo tali. Ogni nostra azione che segua il solco del bene e del rispetto per vita contrasta il male. E il male retrocede. E a furia di retrocedere si assottiglierà. Così si costruisce il cambiamento. Così io credo.

edito dal Quotidiano del Sud

di Gianni Festa

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