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Protagonisti che abbandonano il proscenio, nuovi attori provenienti dalle seconde file, cambi d’abito e di copione, alleanze in dissolvenza ed equilibri che si rinnovano: sono bastate poche settimane in un’estate turbinosa a sfatare il mito di una politica italiana immobile e sempre uguale a se stessa. Un governo si è dimesso, sostituito a tempo di record da un altro di colore diverso; ma nel giro di pochi giorni la solidità della nuova compagine è insidiata dalle manovre in corso tra i partiti che la compongono. Il centro di gravità della politica si è spostato dai palazzi romani a quelli europei di Bruxelles e Strasburgo, dove è stata tenuta a battesimo l’inedita coalizione di sinistra-centro che ha preso il posto di quella di centro-destra che aveva dominato il primo anno della legislatura; ma appare chiaro che l’ancoraggio europeo da solo non basta a garantire lunga vita al Conte bis, anche se gli fornirà il carburante necessario per superare l’ostacolo della legge di bilancio. Presto il nuovo governo dovrà fare i conti con un parlamento in subbuglio, e già il primo voto segreto – sull’autorizzazione all’arresto di un deputato – ha mostrato che gli eletti dal popolo sono restii a subire i diktat dei loro capi e non sempre si adattano alle logiche di coalizione.
Che cosa accadrà, di qui a un mese, quando la Camera sarà chiamata a dare il via libera definitivo al taglio del numero dei parlamentari? Per Luigi Di Maio, fortemente ridimensionato dalla conclusione della crisi di governo e criticato da destra (Gianluigi Paragone) e da sinistra (Alessandro Di Battista) nel suo stesso Movimento, sarà quella la prova del nove per misurare la tenuta dell’alleato democratico della cui fedeltà molti dubitano nonostante l’autorevole garanzia di Beppe Grillo. Alla Camera i numeri non dovrebbero riservare sorprese (si voterà a scrutinio palese), ma la brace del malessere cova sotto la cenere. Ad attirare l’attenzione è l’iniziativa di Matteo Renzi, e non poteva essere diversamente, anche se la scissione era da tempo annunciata; ma sarebbe riduttivo pensare che il processo innescato dal senatore di Scandicci si concluda nel Partito democratico o sia destinato a restare chiuso nel palazzo. Tentativi di scongelamento dei blocchi parlamentari che hanno dominato il panorama politico delle ultime legislature si erano avvertiti già durante la crisi di governo, e solo la rapida formazione del nuovo esecutivo, resa possibile proprio dall’iniziativa renziana, aveva congelato la situazione. Ma ora il primo a mettersi alla ricerca di una base più stabile è proprio il presidente del Consiglio, che si sta muovendo con una spregiudicatezza che gli era estranea nella sua prima versione governativa: apre alle istanze dei sindacati, partecipa alle feste di Leu e si proclama uomo di sinistra, ma al tempo stesso non disdegnerebbe la formazione, al Senato, di un gruppetto di centristi “responsabili” pronti a sostituire eventuali dissidenti renziani. Porte girevoli a Roma, insomma, mentre fra poche settimane si comincerà a capire se il salvinismo cresciuto nei mesi scorsi tra Friuli, Trentino, Abruzzo, Molise, Basilicata e Sardegna è destinato a terminare la sua corsa in Umbria e in Emilia Romagna. Quello sì che sarebbe un fatto nuovo; e proprio Matteo Renzi potrebbe assumersene il merito.

di Guido Bossa

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