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Quella che si conclude fra due settimane sarà ricordata come la più anomala e sconclusionata campagna elettorale di sempre. L’abbinamento nelle stesse date di elezioni regionali e del referendum abrogativo di un capitolo importante della Costituzione ha confuso le idee agli elettori (e si risolverà in una scarsa affluenza alle urne), ha mandato in tilt le strategie dei partiti e renderà impossibile capire, alla fine, chi ha vinto e chi ha perso. Quel che si vede fin d’ora è un grande pasticcio negli schieramenti politici. Cominciamo dalla maggioranza di governo, che dovrebbe affrontare unita la duplice prova elettorale, e invece macché.

I Cinque Stelle, promotori del referendum che mortifica la rappresentanza parlamentare, sono naturalmente schierati come un sol uomo sul “sì”, anche se molti analisti concordano nel rilevare che avranno tutto da perdere nelle due Camere a ranghi ridotti. Ma questi sono fatti loro. Il problema è che, compatti sul voto referendario, non sanno che fare su quello locale, dove i loro candidati, contrapposti a quelli del Pd (tutti meglio piazzati ma a rischio di perdere causa dissenso “amico”) insidiano la solidarietà e la stesa solidità della maggioranza. Risultato: grande imbarazzo ai vertici, con i leader nazionali, Di Maio in testa, che non fanno campagna nelle Regioni per non urtare eccessivamente l’alleato piddino; il quale, peraltro, vive un imbarazzo altrettanto lacerante ma simmetrico. Da Zingaretti in giù i capi del Nazareno si stanno spendendo fino allo spasimo per il voto in sei regioni (più la Val D’Aosta) come se da esso dipendesse la vita del governo e la stessa sopravvivenza del partito o almeno del suo gruppo dirigente, e forse è vero; ma quando si parla del referendum si girano dall’altra parte, facendo finta di non capire. A tutt’oggi il partito non ha una linea ufficiale sul tema: il segretario si è espresso per il “sì” con un lungo e nervoso intervento sulla “Repubblica” che ha scatenato un pandemonio, anche perché la Direzione che avrebbe dovuto decidere il da farsi è stata convocata per lunedì prossimo, con tanti saluti alla collegialità e alla democrazia interna. A conti fatti, la più che probabile vittoria del “sì” sarà iscritta a merito dei Cinque Stelle, mentre le sconfitte nelle regionali, propiziate anche dal dissenso pentastellato, andranno sul conto di Zingaretti. Sempre nella maggioranza, i renziani di Italia viva sono più che tiepidi sul referendum, mentre nelle regioni a rischio fanno la fronda al Pd con candidature di bandiera. Leu, che pure è in maggioranza con un ruolo chiave (ministro della Salute), non risulta pervenuta.

Si dirà: almeno l’opposizione è compatta, per loro sarà più facile. Nemmeno per sogno. Sul referendum l’unico “sì” senza se e senza ma è quello di Giorgia Meloni; Salvini dette il suo assenso quando stava al governo con i grillini nel Conte uno, e oggi lo toglierebbe volentieri, ma non può. Quindi non partecipa, mentre si gioca tutto sui territori sperando di mantenere il primato nel centrodestra dove Fratelli d’Italia sta diventando più un competitore che un socio alla pari. Resta Forza Italia, sempre più junior partner dell’alleanza, e ora in quarantena con il suo leader. Insomma: un gran guazzabuglio.

di Guido Bossa   

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