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Nel 1953 usci il bel libro di racconti di Anna Maria Ortese “Il mare non bagna Napoli” che raccontava lo spaesamento e l’amarezza dell’autrice di fronte all’orrore di una città uscita a pezzi dalla guerra e corrotta fin nelle fondamenta. Sono passati 65 anni e la situazione non è cambiata di una virgola.
Siamo vicini ad una nuova emergenza rifiuti per la chiusura a settembre dell’inceneritore di Acerra, ed in tutto questo tempo, per una vergognosa responsabilità di tutte le Istituzioni regionali e locali, di una classe politica e dirigenziale, incapace ed arruffona, in parte connivente con gli affaristi e, indirettamente, con la criminalità organizzata, perfino di gruppi di ambientalisti poco realisti, che – di fatto – hanno avallato la politica del Nimby (non nel mio giardino) e non solo, siamo ancora con le brache per terra. La monnezza ha invaso le strade di Napoli e fa tutt’uno con la bellezza del panorama e le attrattive della città. Del resto l’emergenza rifiuti è nel DNA di Napoli e può farsi risalire addirittura ai Borboni. Quella ufficiale è cominciata nel 1994 quando, con un decreto, Ciampi (presidente del Consiglio) ne rilevava l’urgenza e nominava un Commissario straordinario nella persona del Prefetto di Napoli. Da allora le emergenze si sono succedute anno dopo anno come le nomine dei Commissari dei quali alcune prestigiose come Bassolino, Catenacci, Bertolaso. Leggi nazionali e regionali, circolari, numerosissime, piani particolareggiati e analitici (un mare di carte!), infinite riunioni di amministratori ed esperti, approfondimenti e visite alle strutture di altre Regini si sono dimostrate vane e sempre con risultato: zero. Il Piano Rastrelli del 1997 prevedeva la costruzione di altri due termovalorizzatori e di sette impianti di compostaggio dell’umido dal quale si sarebbe ricavato compost: Avrebbero reso la Regione autonoma e creato nuovi posti di lavoro e messo mano allo smaltimento delle 5.500.000 tonnellate di balle di spazzatura indifferenziata maleodorante giacenti nel territorio campano, tra le quali molte migliaia di rifiuti industriali tossici e pericolosi interrati, con enormi profitti della Camorra e nel disinteresse generale, nei territori tra Napoli e Caserta rendendoli irrimediabilmente inquinati ed inutilizzabili per le colture e che hanno provocato e continuano a provocare centinaia di morti per tumori. Si producono 125.000 tonnellate di frazione umido che vengono portate, con enormi costi a carico del cittadino utente, fuori dalla Regione insieme con il 40% della frazione secco che non riesce a bruciare l’inceneritore quando è in funzione. Che fine ha fatto l’ultimo piano di trasporto fuori regione dei milioni di tonnellate stoccate in tutti gli stir della regione che doveva essere completato in tempi certi e brevi? La verità è che nessuno vuole la “munnezza” di Napoli. In tutti questi anni abbiamo continuato a prendere multe dall’Europa per il non rispetto delle norme comunitarie in materia di smaltimento dei rifiuti: solo nel 2018 per 548 milioni, dei quali 151 per le inadempienze della Campania. Altri 248 nel 2011.Nel frattempo si sono moltiplicate le Commissioni d’inchiesta, le indagini della magistratura, gli arresti, i processi, le indignazioni dei cittadini senza che sia stato cavato un ragno dal buco. Eppure alla Regione si sono succeduti Governatori di valore, di centro destra e di centro sinistra, compresi due valentissimi Sindaci come Bassolino e De Luca che avevano bene operato nei comuni di Napoli e di Salerno. De Luca, proverbiale Governatore sceriffo, che si ritiene il migliore e ha già posto la sua ricandidatura alla Regione, è stato famoso per il suo decisionismo e per il fare, ma si è arreso presto ad una realtà che sembra immutabile e irreversibile ad ogni miglioramento, sotto lo sguardo, fin troppo tollerante, del cittadino napoletano abituato da secoli a fare il suddito. Bisogna ammettere, con rammarico e pessimismo richiamando il libro della Ortese, che il mare continua a non bagnare Napoli.

di Nino Lanzetta

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