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Il patriarcato corre sul web e va fermato: la Consulta Femminile Campana denuncia la nuova violenza di massa

Gli ultimi avvenimenti nazionali – dal gruppo Facebook “Mia Moglie” al forum Phica – mostrano ancora una volta come il patriarcato non solo esista, ma si sia evoluto e oggi navighi con disinvoltura in rete. Una cultura del possesso che non ha bisogno di alzare la voce per ferire: agisce in modo subdolo, nascosto, ma altrettanto devastante. Uomini che dispongono e abusano di corpi di donne, che offendono, denigrano, commentano con volgarità immagini spesso rubate o manipolate, diffuse senza alcun consenso. È la stessa violenza da branco di sempre, solo più veloce, più capillare, più difficile da arginare.

A ricordarlo è la Consulta femminile della Regione Campania, che in questi giorni ha lanciato un appello deciso: serve coscienza collettiva, una rivolta culturale. “Non basta l’indignazione, non basta la solidarietà, non basta chiudere in fretta siti e gruppi Facebook. Serve costruire un fronte comune contro l’hate speech sessista e proporre nuove norme di tutela per le vittime di cyberviolenza”.

Solo in questi giorni abbiamo assistito a due casi eclatanti. Il primo, il gruppo “Mia Moglie”, nato nel 2019 su Facebook e arrivato a contare 32.000 iscritti, raccoglieva immagini intime di donne – partner, sconosciute, personaggi pubblici – spesso rubate o alterate tramite intelligenza artificiale, accompagnate da commenti sessisti, violenti, rabbrividenti e raccapriccianti. Solo dopo migliaia di segnalazioni e la denuncia pubblica di attiviste e movimenti femministi, Meta ha provveduto a rimuoverlo. Ma gruppi simili continuano a spuntare su Telegram e altre piattaforme, mentre la Polizia Postale indaga per reati che vanno dal revenge porn alla pornografia minorile.

Il secondo caso, il forum Phica.eu, attivo dal 2005, ospitava immagini private e fotomontaggi offensivi di donne note e comuni cittadine. Dopo le denunce di figure politiche come Valeria Campagna e Alessandra Moretti, il sito è stato ufficialmente chiuso: gli amministratori hanno parlato di “uso tossico e scorretto” e annunciato la cancellazione dei contenuti, ma la vicenda ha riportato alla luce anni di segnalazioni ignorate e una violenza digitale sistemica, tollerata troppo a lungo.

La Consulta richiama con forza le istituzioni ad applicare in pieno la Convenzione di Istanbul, trattato internazionale firmato dall’Italia nel 2012 e ratificato nel 2013, che rappresenta il primo strumento giuridicamente vincolante in Europa contro la violenza sulle donne. La Convenzione si fonda su quattro pilastri. Prevenzione attraverso campagne di sensibilizzazione, educazione e formazione; protezione (sostegno immediato e servizi adeguati alle vittime), perseguimento penale e politiche integrate, che coinvolgano giustizia, sanità, istruzione e assistenza sociale.

In Italia, molto resta da fare: serve un Piano antiviolenza in ogni Regione, una rete più forte e capillare di Centri Antiviolenza, non ridimensionati ma sostenuti, e programmi educativi che insegnino il rispetto fin dalle scuole.

“È una battaglia civile, sociale, culturale e politica – conclude la Consulta – che chiama in causa ognuna e ognuno di noi. Anche per questo abbiamo promosso il Sentiero Antiviolenza: perché l’urgenza di agire è grande, e la responsabilità di non voltarsi dall’altra parte ancora di più”.

Non si può più restare a guardare uomini colpevoli che restano impuniti. Non si può più accettare che i femminicidi diventino cronaca quotidiana solo perché troppe denunce restano inascoltate. La rivoluzione parte dai gesti più semplici: educare, ascoltare, intervenire. Se non vengono rieducate tutte queste migliaia di uomini, il problema è alla radice: i loro figli cresceranno in un’ottica maschilista e patriarcale. Se la radice è marcia, lo sarà anche l’albero. Non servono panchine rosse se poi non si insegna ai bambini, già da piccoli, a essere uomini e non predatori. È lì che si costruisce il cambiamento, non nei simboli, ma nelle coscienze.

Anna Bembo

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