di Mino Mastromarino
L’ultima campagna referendaria sulla giustizia ha segnato il tradimento della parola ( da parte dei politici, operatori del diritto, giornalisti ).
Eppure, ogniqualvolta si ascolti o si invochi un parlatore suadente, per un automatismo pavloviano, sovviene il nome di Cicerone, l’avvocato più famoso dell’antica Roma, impegnato nella carriera politica fino ad ascendere alla più alta carica repubblicana di console, ma soprattutto maestro e teorizzatore dell’ eloquenza latina.
La finalità dell’oratore – secondo l’Arpinate – era quella di plasmare moralmente il comportamento degli uomini, rendendoli migliori. La stesura del libro ‘De oratore’ fu volta proprio a codificare la figura del retore, come colui che fosse capace di un’orazione armonicamente cadenzata e si fosse insignorito dell’arte di parlare e di scrivere :
<< A parte i vantaggi concreti dell’eloquenza, che ha un ruolo predominante in ogni società pacifica e libera, la capacità di ben parlare offre di per sè un piacere così intenso che né l’udito né la mente possono percepire niente di più gradevole. Quale poesia meglio tornita di un periodo costruito con arte? Quale attore più gradevole nell’imitazione della realtà di quanto lo è l’oratore nel difendere un caso reale? Che c’è di più raffinato di una fitta successione di pensieri profondi? Che c’è di più degno di ammirazione di un argomento messo in luce dallo splendore delle parole? Che c’è di più completo di una orazione ricca di cognizioni di ogni genere? Non c’è tema, fra quelli che debbono essere trattati con eleganza e solennità, che non sia proprio dell’oratore. >>.
Il latinista Antonio La Penna, vanto d’Irpinia, ha avuto il merito di riconoscere e illuminare la gerarchia valoriale del pensiero ciceroniano, sottraendola alla diade di politica e giustizia. Ha cioè affrancato l’originale ideale retorico di Cicerone dalle funzioni meramente deliberative e giuridiche.
Ha argomentato il La Penna: << Il primo e più efficace strumento di lotta politica fu per Cicerone l’oratoria. Il prestigio nel foro era utile per la carriera politica ; è evidente, tuttavia, che questo non fu l’unico incentivo all’oratoria ciceroniana, che rispondeva a una forte esigenza letteraria e fu una conquista letteraria duratura. La caratterizzava innanzi tutto l’architettura sintattica , fondata su un periodo ampio come quello isocrateo, ma dalle pieghe molto più complesse e sottili. Era letteratura destinata, naturalmente, innanzi tutto all’orecchio e obbediva a esigenze molto approfondite di ritmo; ma, benché al ritmo spetti il primo posto, il periodo ciceroniano è anche una costruzione logica. D’altra parte non va dimenticato che la sintassi ciceroniana è molto duttile, elabora, cioè, tipi molto vari di periodo secondo le esigenze dell’argomentazione e della Stimmung. >> (La cultura letteraria a Roma). L’esimio Autore interpreta la tensione ciceroniana alla perfezione oratoria – ora diremmo comunicativa – come una conquista letteraria, non già come uno dispositivo di successo e di affermazione nell’agone politico oppure nelle controversie giudiziarie. Cicerone, inoltre, si era posto tanto il problema della trasposizione della retorica dallo schema dell’originaria oralità, quanto quello della necessaria aderenza del discorso alla natura dell’ uditorio (cioè il pubblico di ricezione).
Ha insistito sul punto l’insigne Latinista: << La base lessicale resta ancorata alla lingua viva delle persone colte , rifiutando la patina arcaizzante; da questa base si possono salire vari gradini della letteratura, talvolta fino alla sublime veemenza; più difficile è che si scenda , anche se l’invettiva ricorre talvolta a lessico più volgare. La forte spinta letteraria limita molto lo spazio all’oratoria come tecnica giudiziaria; naturalmente la cultura giuridica di Cicerone è buona , ma la sua originalità è nel largo uso della cultura letteraria.. >> ; per concludere che << L’importanza dell’opera retorica di Cicerone nella cultura antica ed europea sta nell’elaborazione del modello complessivo di cultura adatto all’elìte dirigente, nel quale la letteratura e la filosofia non hanno meno peso del diritto e della politica. Resta comune, ben inteso, il concetto di fondo, cioè che questo modello di cultura si pone al di sopra di ogni cultura tecnica o specializzata, al di sopra di ogni formazione professionale: Cicerone mira alla cultura universale del dirigente politico >>.
Si tratta di una tesi foriera di interessanti riverberi tanto sul modo corretto di intendere la Cultura; quanto di individuare i contenuti pedagogici indispensabili all’Educazione, alla Bildung.
Infatti, il modello ciceroniano, apparentemente riferito all’abilità oratoria, si fonda invece sul primato formativo del linguaggio come catalizzatore di cultura universale, costituendosi in vero e proprio postulato scolastico ideale per tutti i cittadini delle liberal-democrazie ( non soltanto e non solo per l’elìte).
Una scuola progressivamente deprivata del magistero e dell’esperienza della scrittura, della consuetudine col segno e con il processo di astrazione che al segno è collegato; e l’esercizio della parola, che è simbolo (dal greco < symbàllo>, <unisco>), è destinata a preparare una condizione di barbarie e involuzione sociale.
Senza verticale acquisizione della parola, dunque, non sussistono né comunicazione né processo logico.
I Romani coniarono la parola ‘fas’ per presidiare il buon esito di ogni avventura politica; il vocabolo ‘nefas’ per indicarne l’insuccesso.
Il fatto è che Fas è l’unico sostantivo latino indeclinabile, ossia invariabile.
Infatti, per Giorgio Agamben: «Gli uomini hanno nel linguaggio la loro dimora vitale e se pensano e agiscono male, è perché è innanzitutto viziato il rapporto con la loro lingua. Noi viviamo da tempo in una lingua impoverita e devastata, […] ridotta a un piccolo numero di frasi fatte; il vocabolario non è mai stato così stretto e consunto, il frasario dei media impone ovunque la sua miserabile norma: come pretendere in simili condizioni che qualcuno riesca a formulare un pensiero corretto e ad agire in conseguenza con probità e avvedutezza? Nemmeno stupisce che chi maneggia una simile lingua abbia perso ogni consapevolezza del rapporto tra lingua e verità …».



