Come interpretare il voto referendario nelle regioni meridionali da parte dei giovani? Con il loro “No” hanno fatto la differenza aprendo un nuovo capitolo in quel Mezzogiorno che ha sete di giustizia giusta. Abbiamo ascoltato alcuni dei protagonisti.
Incontro Mino Reppucci, ha 24 anni, è studente universitario. Gli chiedo: come hai votato nel referendum per la Riforma della Giustizia? E lui, senza esitazione: «Ho espresso la mia volontà con un secco No». E aggiunge: «Bisogna smetterla con la retorica del giovanilismo. Non abbiamo bisogno di etichette come “Generazione Z” o anche “Generazione Gaza” e via dicendo. Abbiamo sperimentato un modello di comunicazione che esaltala partecipazione. Senza demonizzare l’esistente, ma percorrendo un nuovo modo di reale confronto. Con i “social” abbiamo formato un Comitato e ci siamo confrontati sulle motivazioni della chiamata alle urne. Seguendo il dibattito abbiamo preso consapevolezza che nelle assurde polemiche tra gli addetti ai lavori c’è stato poco spazio per le riflessioni sul tema. Se è vero, come si dice, che tutto è politica, facendola, ci siamo confrontati sul ruolo dell’impegno civile, recuperando nella memoria gli esempi virtuosi di chi nel Paese ha lottato per la democrazia e le libertà. E come noi poi sono sorti altri comitati di discussione democratica».
Ascoltando Mino e seguendo i suoi ragionamenti, mi rendo conto che il pianeta giovani, soprattutto nel Mezzogiorno, è tra le grandi novità nell’affrontare la questione meridionale, in un’ottica non di assistenzialismo, ma di partecipazione attiva ai problemi alla vita comunitaria e collettiva. Perché la maggior parte dei giovani del Sud non sceglie più di fare le lunghe file per un posto di lavoro nelle segreterie dei rappresentanti territoriali in Parlamento, ma si impegna a elaborare soluzioni contro lo spopolamento delle aree interne, a contrastare la legge leghista sull’Autonomia differenziata che si avvia penalizzando il Mezzogiorno. I giovani del Sud respingono l’accusa di essere considerati “area di parcheggio”.
I giovani di oggi, secondo i report più accreditati, sono protagonisti di un pensiero motivato che non ha nulla a che fare con la vecchia politica, ma pretendono di essere ascoltati, di far valere quel terreno di socialità e di confronto nelle università come nei luoghi di lavoro. E così altri mi spiegano che il No dato al recente referendum non è il segno del tradizionale ribellismo della protesta “contro”, ma la consapevolezza che il bene comune si raggiunge solo nel rispetto delle proprie ideologie, non con le logiche di potere ma con la condivisione della migliore soluzione per risolvere una questione. Essere cioè classe dirigente. Certo il loro pianeta è molto articolato. Nel Sud si modula, senza stare dietro ai toni trionfalistici e temporanei che lo vogliono elemento di crescita del Paese, anche come generatore di quel cancro chiamato criminalità. Un’infezione che crea devianze di ogni tipo, anche per la grande disattenzione delle Istituzioni.
E perché no: il No al referendum sulla riforma della giustizia, che proprio nelle regioni del Sud ha fatto la differenza, consente un ripensamento del ruolo dei giovani impegnati nella ricomposizione della società civile, senza sociologismi di maniera o etichette appiccicate per definire una categoria che certamente è lontana da un pensiero moderno.
E i partiti depositari della lotta politica? La loro crisi evidente che si manifesta con il dato dell’assenteismo esattamente il contrario per quanto è accaduto con il referendum hanno necessità di recuperare il valore della partecipazione, visto che le decisioni sono quasi sempre e solo verticistiche. I giovani di oggi, invece, ritengono che il cittadino sia arbitro nelle decisioni importanti. E il tentativo di porre mano alla Costituzione è sembrata loro un provocatorio atteggiamento arrogante e di potere.
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