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Proprio quando l’ideologia sembrava essere stata espulsa una volta per sempre dalla politica in nome di un pragmatismo buono per tutte le occasioni, ecco che la questione morale ritorna in campo prepotentemente, pronta a tutto giudicare e tutti guidare verso i lidi di una umanità finalmente ben governata. Ci sarebbe da rallegrarsi, se l’etica diventasse un criterio guida dell’azione pubblica, come auspicava Paolo VI quando parlava della politica come alta forma di carità, insegnamento oggi confermato da papa Francesco; ma purtroppo non è sempre così.

Non lo è quasi certamente per Donald Trump, che dall’altra parte dell’Oceano sembra voler tornare a dividere il mondo fra buoni e cattivi, riservando naturalmente a sé l’uso di ogni mezzo per assicurarsi la vittoria dei buoni; ma non lo è neppure dalle nostre parti, quando la questione morale viene sollevata ad ogni piè sospinto per condannare senza appello ogni posizione contraria alla propria così come ogni iniziativa, a qualsiasi livello, dei pubblici poteri.

E così, dal caso Regeni al dramma delle migrazioni, dalla ricostruzione delle zone terremotate alla piaga dell’abusivismo edilizio, il richiamo, in genere definitivo, all’etica, introduce un giudizio negativo indimostrabile, privo di qualsiasi valutazione di merito o possibilità di correzione; e non c’è praticamente evento politico o emergenza nazionale in cui la questione morale non venga chiamata in causa anche clamorosamente, non tanto per sottolineare un aspetto pur importante del problema in discussione, quanto per emettere una sentenza apodittica, definitiva e inappellabile contro chi della vicenda si è occupato per motivi istituzionali o altro. Del resto, quando il verdetto è emesso in nome di un principio superiore, non c’è scusante per nessuno. Si può solo chinare il capo e rassegnarsi all’autodafé.

Succede così sempre più spesso che il ritorno dell’etica serva ad annegare in un indistinto calderone di malaffare o di malafede situazioni complesse per le quali il discernimento sarebbe quanto mai necessario, naturalmente per denunciare e correggere errori ma anche per proseguire nel cammino verso soluzioni più umane e rispettose della dignità delle persone. Si può sempre migliorare, e negare a priori la buona fede non è un corretto criterio di giudizio. Perché, come ha detto giovedì il vescovo di Rieti nell’omelia della Messa per il primo anniversario del terremoto di Amatrice, “non si tratta di attribuire colpe a qualcuno o distribuire medaglie a qualcun altro, ma di fare quello che ci spetta”.

Naturalmente, mons. Domenico Pompili si riferiva ad una situazione ben precisa, ma lo stesso metro si può utilizzare, con la dovuta prudenza, anche nell’analisi degli altri casi che abbiamo elencato, dove un eccesso di semplificazione può andare a danno della giustizia ma anche di una corretta valutazione delle responsabilità. La storia ci ricorda quali tragedie abbiano prodotto le derive moralistiche delle rivoluzioni, e molti sintomi ci fanno temere di poter presto ricadere negli errori del passato. Anche per questo l’etica è uno strumento da usare con cura.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud

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