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Il signor Palomar e Marcovaldo a Torino, Ajello rende omaggio a Calvino e al potere della letteratura

Questo pomeriggio la presentazione del libro del docente e critico: dal gioco tra realtà e finzione allo spaccato della Torino degli anni ’50

Un universo ibrido, tra saggio e narrativa, che si fa omaggio a Italo Calvino e al potere della letteratura. E’ il libro di Epifano Ajello, già docente all’Università di Salerno, “Il signor Palomar e Marcovaldo a Torino. 51 fumetti senza figure” (Una cronaca degli anni Cinquanta), Milano, Mimesis, presentato questo pomeriggio al Circolo della stampa di Avellino. A confrontarsi con l’autore il professore Alberto Granese e il professore Carlo Santoli, direttore di Sinestesie, con la partecipazione del notaio Edgardo Pesiri e di Annamaria Picillo, ideatrice di Avellino letteraria.

E’ Ajello a porre l’accento sulla genesi del volume “A ritrovarsi a Torino sono due protagonisti della produzione di Calvino, Palomar e Marcovaldo, conversano, ripercorrono le loro vite e snocciolano ricordi, a partire dalla città degli anni ’50. La loro è una condizione in cui reale e immaginario si intrecciano continuamente. Palomar chiede a Marcovaldo di condurlo sui luoghi dei racconti di Calvino ed accade così che i racconti si espandano, continuino a vivere abbracciando nuovi elementi”. Ajello chiarisce come i “due protagonisti della storia sono due personaggi profondamente diversi, Marcovaldo, più estroverso e Palomar più pensoso e riflessivo. Ad accomunarli è la ricerca dell’armonia nell’esistenza”. Ma il libro è anche “uno spaccato della Torino degli anni ’50. Non possiamo dimenticare che Marcovaldo fu pubblicato tra il ’52 e il ’63 sulle pagine dell’Unità ma nel 1956 Calvino lascerà il Pci” Sottolinea l’attenzione ai dettagli due personaggi: “Lo sguardo da “scrutatore” si concentra su fenomeni e oggetti circoscritti e concreti, dal verde degli alberi alle stelle, a partire dalla concretezza delle cose”

Granese si sofferma sul rapporto tra i due personaggi, dietro i quali si percepisce la presenza di Calvino e dello stesso autore “Si tratta di un rapporto a quattro, con due personaggi di finzione e due autori reali. A stabilirsi è un  legame circolare di tipo osmotico fino a dare un’idea di organicità, malgrado si tratti di 51 racconti. Un legame evidenziato anche dalla scelta dell’autore di non andare a capo, di non usare le virgolette, così da restituire un’idea di fluidità. Al tempo stesso, il volume conserva una forte finalità didattica, incoraggiando le nuove generazioni ad approfondire Calvino, poichè l’autore dà conto di tutti i riferimenti che caratterizzano le pagine”. Evidenzia come “i due personaggi si muovono in una città scacchiera, dominata da un’atmosfera nebbiosa o piovosa, che quasi rischia di scomparire dietro la coltre di nebbia, fino a diventare una città invisibile”. Ricorda la predilezione di Ajello per i personaggi strambi e allampanati come Don Chisciotte, capaci , però, di comprendere la realtà meglio degli altri. Sottolinea come il libro racconti anche gli anni ’50 “una stagione importante, quella della ricostruzione postbellica, dell’attivismo dell’intellighenzia di sinistra che ruotava intorno alla casa editrice Einaudi. A testimoniarlo l’impegno civile di Calvino, dalla battaglia contro la speculazione edilizia alla difesa dell’ambiente, come evidenzia il desiderio dei personaggi dei cercare la natura in città”. Ed è lo stesso Ajello a spiegare come “Marcovaldo sia il testo più politico di Calvino insieme ai ‘Sentieri dei nidi di ragno’, non è un caso che Marcovaldo sia un manovale, sfruttato dai datori di lavoro”. Quindi sottolinea come attraverso la tecnica del montaggio, dello smontare e rimontare pezzi dei libri dei Calvino “i racconti si possano leggere anche come fumetti o come diario. Molti di essi sembrano partire da un disegno, dalla centralità delle immagini”. E sottolinea come “Sia Palomor che Marcovaldi hanno la capacità di vedere le cose come se le vedessero per la prima volta, senza pensare al coro degli altri uomini e donne”. E’ quindi il notaio Pesiri a ribadire  la necessità di incontri come questi per educare le nuove generazioni e trasmettere loro un patrimonio di valori mentre Annamaria Picillo si sofferma sulla cifra distintiva di Avellino letteraria, nel segno della valorizzazione degli autori e del territorio.

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