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Il Sud, come topos “mitologico”, dove storia e mito si intrecciano fino a confondersi, per sua natura, é una scelta polisemica, in antitesi ad una reductio ad unum, che non sarebbe in grado di restituire il senso di una complessità profonda, a volte inafferrabile. Il nostro Sud, attraversato da una crisi totalizzante, che letteralmente ha significato “separazione” dal resto del Paese, dall’Europa, quel Meridione oggi confinato nell’angolo della storia, sconfitto anche da se stesso, deve ricostruire il mosaico composito della sua “mitologia”, non soltanto per uscire dal cono d’ombra in cui é stato relegato. Lo sguardo compassionevole che gli stessi meridionali hanno avuto sul Sud si è rivelato tra le gravi storture di una lettura deformante la realtá. Il Sud che ci ritroviamo a compiangere, in un inutile esercizio di autocommiserazione, é il prodotto di un “pensiero debole” che ci ha debilitato, imprimendo il marchio indelebile di figli di dei minori, depotenziando la vitalità di un Meridione potenzialmente forte, ma con un’identità che sta lentamente svuotandosi. La polarità determinata dalla contrapposizione tra tradizionalismo e progressismo, tra storia e modernità ha finito quanto meno con il produrre la messa in discussione di valori ancestrali, cristallizzati nel tempo, di valori fondanti la comunità, oggi minata nelle sue stesse fondamenta. La parola “crisi”, per provare a spiegare lo stato di minorità che vive il Mezzogiorno, in questi anni spesso é stata associata al “moloch” dell’economia, della finanza, della globalizzazione, sottacendo che il risvolto aveva impresso le stigma di una mutazione epocale da punto di vista cruciale dei riferimenti valoriali, operando una “separazione” molto più grave e significativa. La caduta é stata libera. La comunità si è ritrovata irrimediabilmente lacerata. Si sono eretti moderni e imponenti “totem” su quelle alture della dorsale appenninica che fino a qualche tempo fa erano eremi di pensiero a cielo aperto. Si è perso di vista, non si è protetto quella che nella tradizione tedesca viene definita “heimat”, nella sua versione filosofica decifrabile come “creato” che è subito fuori dalla soglia di casa ma al tempo stesso ne fa parte, concetto di derivazione nordica che può aiutare a comprendere come non ci sia stata una reazione alla perdita d’identità della comunità di origine, generando disinteresse, inerzia e altro. Il degrado ambientale, leggibile anche in un’estensione piú ampia, é diretta discendenza della svalutazione dei valori comunitari. Il “paesaggio mitologico” del Sud è stato violentato, oltraggiato, nel nome di un materialismo economico, che ha sempre piú preso il posto di una dimensione di valori spirituali che da sempre esiste nell’anima della comunità, così si é sacrificato un codice antico ed essenziale alla sua sopravvivenza. Il materiale ha sostituito in tutto l’immateriale. Recuperare “l’immateriale necessario” (valori, tradizioni, identità e senso della comunità) per costruire un nuovo Sud nel Mezzogiorno, questa la strada da tracciare e percorrere. Per rinascere, un nuovo umanesimo e il recupero dell’idea di comunità sono concetti chiavi dai quali ripartire, coniugandoli fino a trovare sintesi in un “umanesimo comunitario”, i cui germi dovranno nascere “all’interno”, all’interno di quel Sud dove lo sguardo puó essere rivolto ovunque, dal Tirreno all’Adriatico, allo Jonio, fino al Mediterraneo, e non soltanto su se stessi.

di Emilio De Lorenzo edito dal Quotidiano del Sud

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