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Il Sud tra povertà e disuguaglianza

 

In Italia la “distrazione” sui veri problemi, quelli veri, è pressoché totale, tra lo squallore di una classe politica rissosa, autoreferente e saccente che continua ad ignorarli ed una informazione ripiegata sulla narrazione della cronaca politica, degli scandali e delle alchimie di schieramenti e strategie. Abbiamo perso mesi e mesi in una inutile e divisiva battaglia referendaria e sono passate sotto silenzio alcune notizie sconvolgenti che non fanno più impressione a nessuno. Il rapporto sulla povertà, le statistiche sulla vivibilità e da ultimo perfino le polveri sottili che, almeno quelle, toccavano la nostra Irpinia. Oggi siamo alle prese con la Raggi a Roma, Sala a Milano e sul cosa farà Renzi ed il PD anche se sul voto di protesta, soprattutto dei giovani si continua ipocritamente a sorvolare. Il nuovo governo Gentiloni, fotocopia del precedente è nato per vivacchiare fino a quando Renzi ne stacchi la spina, Mattarella permettendo, almeno ce lo auguriamo. Intanto il nuovo rapporto sulla qualità della vita pubblicato, come ogni anno, dal Sole 24 ore ed a quello sulla povertà della Caritas di qualche settimana prima lanciano l’ennesimo grido che continua a rimanere inascoltato. Da questi due rapporti emerge che la situazione italiana, è molto grave ed al Sud è, addirittura, drammatica. In Italia si contano, ormai, quattro milioni e mezzo di cittadini in povertà assoluta e diciassette milioni che si avvicinano alla soglia della povertà: di questi la maggior parte è collocata al Sud. Qui, sulla qualità della vita, la Campania è in fondo alla classifica. Peggio di noi solo la Calabria: Avellino è al 93° posto della classifica su un totale di poco più di cento province. Il reddito è meno dellametà di quello di Aosta e siamo fra gli ultimi per servizi sociali, sanità, asili nido, ospedali. Secondo il dr. Conduci, direttore dell’Istat “Il gap del mezzogiorno rispetto alla media nazionale è ancora elevatissimo per occupazione, qualità del lavoro, condizioni economiche minime”. Scende la partecipazione civica e aumenta la sfiducia verso le Istituzioni: la maggioranza della popolazione ed i giovani hanno bocciato Renzi ed il renzismo anche se la lezione è completamente ignorata. Le disuguaglianze, le povertà e le esclusioni, soprattutto dei giovani, sono in ormai intollerabili in una società civile. Franzini e Pianta, due professori di economia, nel recente loro saggio “DISUGUA – GLIANZE. Quante sono, come combatterle (editore Laterza 2016)” analizzano le cause del fenomeno, i riflessi sulla società ed alcuni modi per combatterle o limitarle, nella considerazione che finiscono, addirittura, per nuocere alla stessa economia: “… oggi la disuguaglianza di ricchezza è a livelli estremamente elevati ed è in atto una tendenza verso l’ulteriore crescita”. Quali le cause? In estrema sintesi, sono da ricercarsi nella crescita abnorme del capitale sul lavoro; nelle espansione illimitata del capitalismo “oligarchico” (le maggiori ricchezze in poche mani); l’arretramento delle condizioni economiche e sociali e l’arretramento della politica con la riduzione del ruolo dello Stato e l’aumento di quello del mercato. Franzini e Pianta scrivono che: “… l’arretramento della politica … ha ridotto la capacità dell’azione pubblica di prevenire o limitare l’emergere delle disparità di reddito e ricchezze. Il potere del capitale si è rafforzato in diversi modi, per effetto delle politiche di liberalizzazione concedendo ai flussi di capitale piena libertà di movimento”. La deregolamentazione, le privatizzazioni, le politiche sul lavoro (che si è indebolito sia per le innovazioni tecnologiche che per la perdita dei diritti) hanno lasciato spazio libero al mercato. Le liberalizzazioni, l’assenza di una politica redistributiva e la riduzione del Welfare hanno fatto il resto. Secondo alcuni economisti, invece, ridurre le disuguaglianze è anche un modo efficace e appropriato per ridurre la povertà. Come? Riequilibrando i rapporti capitale/ lavoro, ridimensionando la rendita e redistribuendo meglio la ricchezza con l’introduzione di un salario minimo; contenendo il capitalismo “oligarchico” controllando i redditi con tasse progressive e di successione; migliorando le condizioni economiche; riducendo la frammentazione dei contratti e valorizzando la contrattazione nazionale; rafforzando l’istruzione pubblica egualitaria. “… è però necessario un profondo cambiamento sociale e politico. La società deve smettere l’atteggiamento di eccessiva, benevola tolleranza – se non anche di ammirazione – nei confronti delle ricchezze stratosferiche acquisendo consapevolezza del rapporto che sussiste tra la fortuna scintillante dell’1% più ricco e il grigio destino di peggioramento di tutti (o quasi tutti) gli altri”. E ancora:” L’individualismo senza freni come motore del progresso si è rivelato illusorio; la solidarietà deve essere nuovamente riconosciuta come il collante che ci tiene insieme” Non sono questi i temi che dovrebbe affrontare il PD per sapere, una volta per tutte, chi ci sta e chi se ne continua a tener, ben sapendo che tutti i governi, da Berlusconi a Renzi, sono stati al servizio del mercato e non della solidarietà e ignorando che il cambiamento delle politiche europee e mondiali su una nuova “governance” della globalizzazione devono partire da quelle nazionali.
edito dal Quotidiano del Sud

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