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Il terremoto nell’identità di chi non l’ha vissuto

Di Matteo Galasso

Oggi, 44 anni fa, l’evento naturale più tragico della storia dell’Italia Repubblicana: il terremoto del 23 novembre 1980. Epicentro a Lioni, devastò l’Irpinia e la Basilicata nord-occidentale. Con una magnitudo di 6.9 e una durata di 90 secondi, quella scossa cambiò per sempre la storia della nostra provincia, lasciando dietro di sé quasi 3000 vittime, 240.000 sfollati e danni irreparabili a 505 dei 679 comuni coinvolti – alcuni dei quali rasi completamente al suolo.

Il terremoto rivelò le vulnerabilità di un Paese strutturalmente e logisticamente impreparato a fronteggiare una tragedia di tale portata, diventando un segno indelebile nella storia della nostra provincia, nell’identità di noi Irpini.

Persino chi – come me – è nato anche decenni dopo il 1980, ha “vissuto” il terremoto. Il sisma è ancora parte del paesaggio urbano e rurale: spesso capita di imbattersi nei ruderi degli edifici mai ricostruiti, immobili spettatori del tempo che sembra essersi fermato a quella calda domenica di novembre, alle 19:34.

Ma la memoria di quel minuto e mezzo non si trova solo nei resti materiali, ma soprattutto nelle testimonianze di chi ha vissuto sulla propria pelle quella sera e i mesi successivi: genitori, nonni, docenti, si dilungavano spesso a raccontarci di come reagirono al terremoto con la paura che le proprie case non avessero resistito all’onda sismica. Racconti di fughe improvvise, di edifici lesionati o crollati, di paura e disperazione si tramandano nelle famiglie e nelle comunità, alimentando un senso di resilienza collettiva. Tutti ricordano esattamente dove si trovavano al momento dell’evento tellurico: chi descrive il boato, chi le urla, il caos e il silenzio surreale che seguirono, chi si sofferma sul colore rossastro del cielo, in una notte di Luna piena.

L’impatto catastrofico del terremoto non si limitò alla forza della scossa, ma fu aggravato dalle difficoltà logistiche e dalle carenze infrastrutturali di un Paese impreparato a gestire un’emergenza del genere. Il blackout delle telecomunicazioni interruppe i contatti con il resto d’Italia ritardando i primi soccorsi, che arrivarono solo dopo la mezzanotte del giorno successivo. Il celebre titolo de Il Mattino – “FATE PRESTO” – comparve sulle pagine del giornale non il 24, ma il 26 novembre 1980, testimoniando quanto fosse lento e difficile il coordinamento degli aiuti.

Lo stesso Presidente della Repubblica dell’epoca, Sandro Pertini, giunto tempestivamente nei luoghi colpiti, denunciò pubblicamente la lentezza dei soccorsi e il dramma di chi, giorni dopo l’evento, era ancora sepolto sotto le macerie. Le sue parole durante il Tg2 del 25 novembre rimasero impresse nella memoria collettiva: il Presidente non si limitò a osservare, ma condivise il dolore degli Irpini, facendosi loro portavoce con un’umanità rara e profonda.

Le registrazioni audio, come quella di Radio Alfa 102, che catturò il boato interrompendo una trasmissione di musica folk, restano documenti impressionanti, capaci di riportare chiunque a quei tragici istanti.

Non è possibile parlare dell’Irpinia senza evocare quel minuto e mezzo che ancora oggi costituisce parte del “paesaggio”, della cultura e della storia di una intera regione, un’eredità che il ricordo tramanda di generazione in generazione.

Pur se non vissuto direttamente, il sisma dell’80 fa parte di noi giovani di questa terra e resta un ricordo trasmesso e scolpito nella nostra identità collettiva. La memoria che non è solo il ricordo delle vittime o la cronaca di ciò che è stato, ma un elemento che ci unisce come comunità e che si manifesta nei gesti di solidarietà che si ripetono ogni volta che una catastrofe colpisce, in Italia o altrove.

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