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C’ è stato un tempo in cui i conflitti trovavano una soluzione attraverso il dialogo, nato dal confronto. Questo tempo coincide con la nascita della Costituzione, quando, messe da parte le bandierine dei partiti, si ragionò sugli obiettivi da perseguire per cercare di raggiungere una sintesi nell’interesse delle comunità. Certo, quello era un tempo diverso. La dittatura fascista cadde sotto i colpi di una Italia appena liberata, mentre ancora le macerie riempivano le strade di un Paese distrutto. Fu anche questo il motivo per cui si cercò una pacificazione, una unità non di facciata che desse risposte urgenti ai tanti problemi da risolvere. Per dare vita all’atto fondante della nuova Italia, l’Assemblea costituente fu impegnata per 375 sedute pubbliche, di cui 170 furono dedicate alla discussione e all’approvazione della nuova Costituzione. La sintesi dei pensieri fu possibile grazie ad una classe dirigente con un profilo altissimo e, soprattutto, competente e responsabile. Si pensi, tra gli altri a Fiorentino sullo, il più giovane della Costituente e già attento studioso delle regole parlamentari. Recentemente ho letto gli atti del suo contributo alla Costituzione e sono rimasto incantato per le sue acute riflessioni.

Quella della nascita della Carta Costituzionale e della qualità di chi vi partecipò è senza alcun dubbio la stagione della Buona Politica. Che è durata, ma già claudicante, fino ed oltre il cosiddetto “miracolo economico” quando l’etica del sacrificio, lo straordinario impegno per dare solidità economica al Paese della classe dirigente fu premiato con risultati soddisfacenti. Non sarà più così negli anni a venire, quando con Tangentopoli gli italiani scoprono, grazie ad una circostanza clamorosa, che il tempo in cui essi vivono è segnato dalla corruzione della politica. Non che prima non ci fosse, c’era già fin dai tempi dei greci e dei romani, ma così sfacciatamente, come emerse nel tribunale di Milano, non era mai avvenuto. Quel tempo ha rappresentato, con la deflagrazione dei partiti, uno dei livelli più alti della malapolitica che ha attraversato quasi l’intero Paese. Sono saltate le regole della convivenza civile, i partiti sono diventati molto spesso strumenti senza rispetto dell’etica, peraltro aggravati dal fatto che la quasi estinzione di una classe dirigente, degna di questo nome, si è ridotta al lumicino con una indecenza che ha raggiunto limiti insopportabili. Anche qui, per rinsaldare il concetto di malapolitica, mi sembra opportuno commentare ciò che accade in queste ore nel centrosinistra alla vigilia del prossimo turno delle elezioni regionali in Campania. Tutto nasce dal comportamento di Vincenzo de luca, attuale governatore del territorio campano. La giustizia non gli ha consentito di poter governare per un terzo mandato. Ma lui, De Luca, non demorde. Ha costruito nel tempo che gli è stato dato, dieci anni, un sistema di potere clientelare, una macchina per la conquista del consenso da vero trasformista meridionale.

Direttori generali nella sanità messi lì per controllare i territori, così come nei trasporti e financo i risultati dei concorsi indetti nel tempo passato definiti proprio nella vigilia della campagna elettorale. Ma all’ubbidiente devoto di San Matteo, altrimenti detto “sceriffo”, questo non basta. Il suo sistema di potere esige qualcosa di più. E allora ecco lo scambio con conseguente minaccia. Subito il congresso del Pd regionale con segretario suo figlio, Piero, attuale parlamentare. Non solo: in caso di vittoria del centrosinistra il presidente eletto deve garantire almeno due posti nel governo regionale. Ed ecco che Fico, candidato governatore del centrosinistra, potrà godere dell’appoggio del sistema di potere di De Luca.

E la segretaria del partito, in molti casi dura e pura, che fa? Acconsente e plaude alla volpe salernitana, piegandosi al suo volere. Purché la vittoria alle elezioni regionali licenzi il candidato del centrosinistra, cioè Fico. Questo è un clamoroso esempio di cattiva politica, altrimenti detta di scambio, con l’etica offesa a morte anche per un familismo amorale che paradossalmente traspare. Questo esempio di non buona politica ha conseguenze disastrose. I giovani si allontanano sempre più dalle urne, i cittadini protestano senza che il loro agire diventi severo monito per chi è affetto da sindrome di potere. Ma il dato rilevante è che senza il ritorno alla Buona politica si scivola nel qualunquismo senza etica che avvelena la società.

Si pone, quindi, il problema di come uscire da questa situazione immorale che si presenta sotto il segno dell’impunità, di uno sfrenato individualismo, primo nemico del bene comune. Sarà, e forse lo è anche, utopico modificare lo stato di cose in cui agiamo, ma se ciascuno di noi trovasse il coraggio di mantenersi nelle regole, quelle stesse definite nella Costituzione, certamente ci vorranno tempi mediamente lunghi, ma i risultati verranno e saranno preziosi per disinquinare una realtà affetta dal malessere e creare le condizioni per il ritorno alla Buona politica.

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Gianni Festa

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