Sono morto. Guardo dal cielo prima che San Pietro mi dica in quale girone collocarmi. Osservo il peso della terrena quotidianità senza angoscia. Lo sguardo cade sul mondo: che confusione.
Sulla nazione cui appartengo: quasi un bordello. Il tempo scorre ed ecco, mentre il cielo si fa scuro, apparire davanti agli occhi mezzo stivale che si spinge verso un grande mare, quasi un immenso cimitero. È buio pesto quando un pianeta vicino a quello che mi ospita illumina la mia città, i luoghi in cui ho vissuto: spettacolo indecente. Con l’anima vagante, in attesa di giudizio, comincio a riflettere partendo dal globale per giungere al locale.
Vedo un tipo un po’ grassottello, inquieto, guerrafondaio, che d’ora in poi chiamo il “malefico D”. Costui prima si aggira per l’Europa con comportamenti ambigui, dichiarando di volere la pace e fa di tutto, invece, per fomentare le guerre.
Agisce come un mercante: dall’Ucraina vuole parte delle terre rare, materiale nobile per la produzione di oggetti sofisticati, e per questo si dispone anche all’abbraccio, se necessario, ad accettare dittatori che fanno il loro gioco.
Poi, però, se gli accordi vanno in fumo, oscilla con il pensiero facendo retromarcia: l’amico di qualche minuto prima si trasforma nel peggiore nemico.
Va ben oltre, non rispettando l’autonomia dei popoli e degli Stati sui quali è pronto a calare il suo disegno egemonico. Ama i ghiacciai norvegesi e, se l’Italia sveste la sua abitudine servile difendendo i suoli su cui sono collocate le basi militari da cui far partire l’offensiva contro altri Paesi, ecco che il tricolore è codardo e per questo sarà privato degli aiuti. E la Nato? È da ripensare in chiave di ridimensionamento del suo ruolo di garanzia per i Paesi che ne fanno parte.
Nel Medio Oriente il “vostro” intensifica il suo ruolo piratesco, cacciando via i palestinesi dalla propria terra per realizzare alberghi di lusso, grattacieli al servizio del turismo per ricchi, in un disegno diabolico che qui nel cielo è molto gradito a Satana, grande alleato del presidente israeliano Netanyahu, che ha sulla coscienza il massacro di centinaia di bambini e non solo. Non meglio il “malefico D” si comporta in quella parte del mondo che oggi si pente di averlo rieletto. E così negli Stati sudamericani. Fili spinati con il Messico, perché i migranti puzzano. Nel Venezuela, con la scusa di dare libertà al popolo facendo imprigionare il dittatore Maduro, mette le mani su uno dei più grandi giacimenti di petrolio. Cuba? Troppo libera e autonoma: deve essere condotta alla fame, così il ruolo strategico dell’isola diventa “cosa nostra”. Sul “malefico D” circolano voci di malattie mentali che richiedono l’affidamento a un collegio di neuropsichiatri per evitare che la sua follia possa generare ulteriori danni.
San Pietro non arriva ancora e la mia anima vagante continua a volare nel cielo. Ecco l’Italia. Nazione stupenda per le sue opere monumentali, la sua antica civiltà, le intelligenze che si sono susseguite nel tempo, con capi di Stato come Pertini, con pagine nobili come quelle della lotta al nazifascismo e, dopo la Resistenza, la scrittura di una Costituzione, vanto e orgoglio di menti illuminate, schierate ma libere nella ricerca del bene comune, come De Gasperi, Togliatti, Nenni, Matteotti ed altri. Vedo tutto questo come se fosse custodito in una vetrina contenente valori preziosi. L’anima mia si allontana da questo tesoro e si ritrova nell’oggi italiano. È un bordello, senza nessuna offesa a quelli scomparsi.
Un manifesto ricorda che manca un anno per l’elezione del nuovo Parlamento.
E le fibrillazioni si fanno acute. La politica apre le porte di quelle che erano le case chiuse. Ha perso la sua nobiltà, ha tradito il suo ruolo di essere risposta ai bisogni delle comunità. I luoghi del confronto, come erano le sezioni di partito, sono smarriti; si decide in stanze maleodoranti in cui in pochi decidono per tanti. Si vive in uno stato di emergenza continua: frana tutto, strade e paesi interi; illegalità diffusa, criminalità minorile che allarma la società nella quale prevalgono i diritti e nessuno si cura dei doveri. Si registra un ingorgo per le nomine della classe dirigente. Quella che c’è è inamovibile. Clientelismo e familismo amorale sono all’ordine del giorno. Le organizzazioni criminali si sono ingentilite: la pax mafiosa non usa armi, ma droga gestita in comitati d’affari.
Arriva San Pietro e mi dice: non essere così catastrofico, ci saranno pure degli aspetti positivi. Ci penso: certamente abbiamo a Natale San Gregorio Armeno con le sue statuette celebrative, le tante sagre d’estate in ogni comune, il mare delle località meridionali che si affollano di persone giunte da ogni dove e non solo degli abitanti delle zone interne. In una parola: miracolo turistico che va a gonfie vele e tuttavia non riduce la piaga della povertà, perché alza muri sempre più alti. Non può essere un vantaggio lo spionaggio per fini di lotta politica che viola le libertà personali o il prurito che viene guardando nel buco della serratura da parte di seriali guardoni e da organi di informazione nei quali il sesso e le storie collaterali sono nutrimento per la maggiore diffusione. Non tutti, ovviamente. Aveva ragione il Maestro Dante Alighieri nel sostenere che «Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!». E, considerato dove mi trovo, questa riflessione del Sommo poeta (Purgatorio, canto VI) mi sembra calzare a pennello.
In questo sterminato cielo il sonno non ti fa prigioniero. Anche l’attesa non è un problema. Le anime vaganti sono tante e l’ascolto si perde nel tempo. Questo offre l’occasione alla mia anima di volgere lo sguardo nella mia città di provincia, un tempo immersa nel verde, abitata da persone tolleranti, con una classe dirigente all’altezza del compito che ha di fronte e soprattutto dotata della qualità di decidere. Una volta, però.
Oggi Avellino è terra di conquista dei poteri criminali, camorra in testa. Ci arriva dopo patti scellerati con l’imprenditoria locale che in alcuni casi si costituisce in comitati di affari. E le istituzioni? Per ora tacciono, mentre il clima di illegalità si diffonde. Denunce continue ma si infrangono contro un muro omertoso. Alcuni ritengono che si lavori sottotraccia per addivenire a risultati positivi.
C’è dell’altro. La città si avvia tra poco a eleggere un sindaco e rinnovare il Consiglio comunale. Il quadro è allucinante.
Partiti personali vogliono imporre proprio personale, a volte senza qualità. Le coalizioni litigano sul nome da proporre e i rispettabili fanno un passo indietro rispetto all’offerta di candidature. Il campo largo si restringe, il centrodestra, nelle scelte che si avvia a definire, propone candidature discutibili sul piano della moralità pubblica. L’impunità è la regola vigente. Chi ama la città ed è dotato di qualità e capacità di guida riflette e dice no. E poi c’è il mercato dei voti, che è indecente. Sono trascorsi mesi a discutere sulla candidatura di un sindaco e non una sola parola è stata utilizzata per dire di un programma con contenuti per arrestare la ferita ormai putrida che avvolge la città. Di questo passo la città è destinata a peggiorare. Senza se e senza ma.



