“E’ un viaggio di ritorno verso sé stessi quello che compie la protagonista del romanzo. Itaca diventa spazio intimo, simbolo della distanza tra l’universo della protagonista e quello delle figure che pure ruotano nella sua vita, il padre che ha una nuova compagna, gli amici, Fabrizio, il grande amore. E’ solo un caso che il romanzo sia uscito proprio mentre a cinema arrivava l’Odissea di Nolano”. Spiega così Angela Vecchione l’idea da cui nasce “Io, Itaca”, Arkadia edizioni, presentato ieri alla libreria Mondadori. A dialogare con l’autrice Maria Chiara Pizza che pone l’accento sulla capacità di Vecchione di far sentire e vedere ciò che racconta attraverso un linguaggio sempre vibrante: “Silvia – spiega Maria Chiara – vive in un piccolo borgo campano ed è attraversata dalla sua esistenza, non riesce ad averne il controllo e fa fatica a compiere delle scelte. Ha perso sua madre in un incidente e non sa dare una svolta alla sua vita, circondata dagli amici di sempre e da un padre al quale non riesce a perdonare di essersi risposato. Se tanti dei suoi amici hanno scelto di andare via, Silvia è tra coloro che cerca di resistere, convinta di poter offrire un contributo a questa terra. Sarà un viaggio a Londra per andare a trovare l’amica di sempre a cambiare la sua vita. Incontrerà Joel, un fotoreporter israeliano che è parte del movimento Yeshm Gvul, che si oppone all’occupazione illegittima dei territori palestinesi. Joel mostra nei suoi reportage l’orrore della guerra e non condivide le scelte del governo. Sarà l’incontro con uno sguardo profondamente diverso dal suo”. Costante nella narrazione il richiamo all’assenza della figura materna “Silvia – prosegue Pizza – percepisce la sua morte come un abbandono, di cui chiede conto alla madre che non c’è. Un’assenza compensata da quella di figure come Minù, insegnante di filosofia in pensione, ormai cieca, atea convinta, ma profondamente spirituale, che la cresce come una figlia e riesce a vedere ciò che Silvia non vede, fino a guidarla verso le scelte decisive della sua vita”.
Poichè, spiega l’autrice, ci sono donne che hanno un senso di maternità più forte di quelle che hanno partorito figli. E’ Vecchione a sottolineare come “La vita è fatta di viaggi e di incontri che cambiano le nostre vite. E quello che succede alla protagonista, che appare ormai arenata su rapporti immutabili negli anni. Attraverso la figura di Joel, il fotoreporter israeliano, la grande storia, con un conflitto che infuria da decenni, entra in questo romanzo partito da un piccolo borgo di provincia”. E confessa come “questo libro nasca da un incontro reale con un ragazzo israeliano che mi ha fatto conoscere la sua cultura, i suoi riti, le sue tradizioni ma anche da un percorso di ricerca personale, attraverso lo studio di libri e documenti, che mi ha consentito di scoprire la presenza di questi obiettori pacifisti, all’interno della popolazione israeliana”. Chiarisce “come il romanzo è nato anni fa, è ambientato negli anni della seconda Intifada e non ha nulla a che vedere con la situazione attuale del conflitto israeliano palestinese. Mi piaceva raccontare quella parte del popolo israeliano che ha scelto di dire no. Joel diventa la coscienza di un popolo”.
Un romanzo in cui entra con forza anche il confronto tra culture che è innanzitutto confronto tra due personaggi diversi “Joel è solare ma è anche scuro, ambiguo, e pur essendo giovane, la sua esistenza è stata costellata di scelte dolorose e tragedie. A poco, a poco, accompagnerà Silvia nella realtà di Tel Aviv che non può non spaventarla e le insegnerà ad amarla. Silvia imparerà a comprendere un universo che solo inizialmente non comprende”. Sottolinea come “‘Irpinia entri con forza anche in questo romanzo. “Il paese in cui nasce la protagonista trae ispirazione da un borgo irpino, che amo molto, tanto da avere scelto di sposarmi lì. Il tiglio secolare che compare nella storia è proprio quello di Rocca. Attraverso il racconto della vita di questo borgo, affronto anche il tema della resistenza dei piccoli comuni, una resistenza guidata da un gruppo di giovani che ha scelto di restare e fare sì che questo borgo continuasse a vivere. Oggi vivo a Torino, la mia è stata la scelta più codarda, ho scelto di andare via ma conservo un legame forte con la mia terra”. Tanti gli spunti di riflessione emersi dal confronto, impreziosito dalle note di Luigi Grasso, in cui grande e piccola storia si incontrano, in cui Itaca non è riferimento al viaggio dell’eroe ma simbolo dell’esistenza stessa.



