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Due giorni del nostro giornale di straordinaria intensità. Per approfondire, con autorevoli rappresentanti della vita sociale irpina, e non solo, da dove ripartire per recuperare i ritardi che si sono registrati nel tempo passato, ponendo al centro dei dibattiti svoltisi nelle quattro tavole rotonde nelle sedi di Villa Amendola e del Carcere borbonico, il tema della legalità. E’, tra le emergenze, quella che più ci preoccupa e su cui gli attori intervenuti hanno espresso totale condivisione. Il quadro complessivo che è venuto fuori dai confronti nei singoli settori della società irpina, al di là delle denunce, molte e puntuali, riflette su una condizione sospesa tra un passato che in prevalenza non è riuscito a superare gli ostacoli e un futuro in cui prevale la speranza che però viaggia lentamente e con risultati ancora limitati. C’è infine un sentimento che ha attraversato la “Due giorni” ed è quello dei problemi usciti dalle stanze chiuse del potere per andare tra un pubblico numeroso e attento che prendendo conoscenza delle situazioni si è detto pronto a far parte di quell’impegno corale di cui ha bisogno il territorio per aprirsi a nuova vita. Che tutto questo sia stato messo in campo da una storica testata del giornalismo, il Corriere dell’Irpinia fondato nel 1923 da Guido Dorso, è una scelta che ci consegna orgoglio e soddisfazione. In realtà abbiamo costruito, con grande umiltà ed enorme sacrificio organizzativo, una occasione di riflessione sulla condizione culturale di un meridionalismo in cui prevalgono ancora forti contraddizioni e di un territorio, scrigno un tempo di menti eccellenti, risvegliatosi, quasi d’improvviso, tra una diffusa illegalità e un vuoto sempre più preoccupante di una classe dirigente non sempre degna del ruolo che svolge.

Il “caso Avellino”, al centro del primo confronto non poteva non riflettere sulla diffusa illegalità che ha attraversato la città non solo per la vicenda che ha investito il Comune del capoluogo e per la quale decisivo è stato il lavoro svolto dalla Procura della Repubblica e del suo capo Domenico Airoma nello scoperchiare un pentolone in cui, oltre ai gravi reati commessi dai soggetti interessati, si è evidenziata una condizione di grave sofferenza culturale: cambio di pelle di una città dal nobile passato, oggi purtroppo affetta da un populismo effimero, gaudente tra concerti e sport, dati in pasto alla comunità da un governo cittadino che non ha saputo rispondere neanche ai problemi reali della quotidianità. Facendo così disperdere la preziosa identità costruita negli anni e procurando così un danno a quei valori della civiltà contadina custoditi nel corso dei secoli e punto di partenza di una civile e rapida trasformazione del tessuto sociale. Le consegunze sono evidenti: Avellino oggi offre uno scenario deprimente. L’assenza di un disegno di grande respiro e del recupero di nobili pagine di cultura che avrebbero potuto segnare una significativa svolta, hanno consentito al malaffare di mettere le mani sul territorio attraverso l’abuso indiscriminato del suolo, di quel verde, antico vanto della comunità. Nella “Due giorni del Corriere” l’allarme è stato netto, deciso, urgente. “Fate presto” hanno gridato i componenti del tavolo dedicato alla legalità, denunciando una pericolosa infiltrazione della camorra nel territorio cittadino, e non solo, ponendo l’accento sulla complicità tra alcuni imprenditori locali e i poteri camorristici, sollevando il problema dell’esistenza di comitati di affari che speculano facendo affari con colate di cemento, droga, fino al controllo dei presidi realizzati per rifornire le auto elettriche. Si tratta di un business a tutto campo che gli “squali” attuano contro la vivibilità, riciclando danaro e, come pure è stato denunciato dal rappresentante dell’antiracket, Domenico Capossela, terrorizza attaverso usura e intimidazioni. Le Istituzioni contro tutto questo agiscono con grande difficoltà. La piovra si espande, i conflitti tra gli stessi enti che dovrebbero combattere questa grave emergenza litigano tra loro, anche se alcuni non demordono, lavorando con discrezione per affrontare la malapianta. Resta tuttavia l’esigenza di fare presto, con importanti controlli in quelle sedi in cui la legalità è violata, dai luoghi di produzione fino al controllo della qualità del materiale utilizzato per rendere agibile ogni forma di speculazione. Chi sa parli, aiuti a debellare il malaffare, non sia indifferente, non diventi complice della costruzione di un futuro compromesso.

In realtà la lotta alla illegalità dovrebbe trovare il conforto della politica. Ma su questo terreno si registra una preoccupante latitanza della classe dirigente, a volte complice del malaffare, talvolta coinvolta nella pratica corruttiva. Nella sua fragilità è finanche indifferente verso la pericolosità che si espande sul territorio. Il linguaggio usato da coloro che abitano i partiti, stesse facce inamovibili, è datato, ripetitivo, ben lontano dall’insegnamento del passato. L’impegno meridionalistico messo in atto dai grandi pensatori del Mezzogiorno è per i politicanti di casa nostra non una lezione da imparare, un percorso da seguire, ma un fastidio. Meglio lavorare per il consenso personale, semmai vestendo gli abiti di quel trasformismo e clientelismo emerso nell’impegno dell’avellinese Guido Dorso. Sono i balbettii che hanno spazio. Per loro il pensiero è morto. Nel corso degli appuntamenti della “Due giorni”, fatte salve alcune eccezioni, il Corriere si è trovato di fronte ad una rilevante difficoltà di interpretazione. Aumento delle povertà, spopolamento delle zone interne, crisi idrica, tanto per citare solo alcuni dei temi che richiedono risposte, sono stati affrontati con una spaventosa superficialità. E’stato del tutto trascurato il ruolo che l’Irpinia dovrebbe avere nel contesto regionale, meridionale, nazionale ed europeo per far fronte alle sfide del futuro. Lo stesso ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, da me intervistato, con garbo e stile ha dovuto prendere atto della difficoltà della politica locale, ammonendo di andare oltre i limiti di una visione miope, assumendosi la responsabilità di un’azione corale, superando quell’individualismo deleterio che taglia le ali alla necessità di un sviluppo coordinato.

Come deve cambiare l’Irpinia e quale filosofia deve supportare l’azione del tempo nuovo? Il “tavolo dello sviluppo” organizzato nell’ambito della “Due giorni”, dopo aver registrato e analizzata la situazione esistente attraverso la voce dei protagonisti ha tentato di dare una risposta. Per sbloccare la situazione emergenziale e recuperare il tempo perso l’Irpinia, per volare alto, ha bisogno di una concertazione tra pensiero e azione della classe dirigente. L’aspetto positivo è che già è in atto un’azione di formazione delle giovani leve molto richieste dalle aziende. Ma non basta. Occorre sostenere la politica industriale con adeguati sostegni, rivalutare la vocazione dell’agricoltura in particolare delle zone interne per combattere lo spopolamento, puntando sulla organizzazione dei servizi essenziali. E altro ancora, tra cui le infrastrutture. Nel futuro si intravede l’azione propulsiva derivante dallo sviluppo nella Valle dell’Ufita considerato come una manna caduta dal cielo. Tuttavia senza una corale programmazione territoriale tra Valle Ufita, capoluogo, Bassa Irpinia e Valle Caudina il sogno del superamento dell’isolamento con la collocazione dell’intero territorio nelle grandi direttrici di svilupo resta spezzato. Come quello del volontariato, serbatoio straordinario per tanti giovani che, però, vivono di precariato senza futuro certo.

Quello che è accaduto, nei particolari, in questi “Due giorni con il Corriere” i lettori lo troveranno nello speciale che segue. Sarà l’occasione per mantenere desta l’attenzione su l’Irpinia che vorremmo: nella legalità e contro il malaffare, con un’impegno corale, per il bene comune della comunità

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Gianni Festa

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