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Quando, agli inizi del 1945, la Seconda guerra mondiale volgeva al termine a favore degli Alleati anglo-americani e dell’Urss (l’Italia fascista si era già arresa l’8 settembre 1943, ma decisiva fu la resa della Germania nazista l’8 maggio 1945; il successivo 2 settembre fu la volta del  Giappone dopo il bombardamento atomico di Hiroschima e Nagasaki da parte degli americani) si tenne, tra il 4 e 11 febbraio, a Jalta in Crimea una conferenza di pace al massimo livello. Vi presero parte Franklin Delano Roosevelt, presidente degli Stati Uniti,   Winston Churchill, capo del governo del Regno Unito, e Giuseppe Stalin, capo dello Stato Sovietico e segretario del PCUS. La conferenza si concluse con la divisione dell’Europa in due zone d’influenza: l’Europa dell’Est, compresa la Germania orientale e parte della città di Berlino, furono poste sotto l’egida sovietica; l’Europa occidentale sotto quella statunitense. Gli storici conservatori hanno rimproverato a Roosevelt di aver consegnato l’Est a Stalin, ma la verità è ben diversa: l’Europa orientale era stata liberata dall’Armata Rossa che sconfisse le truppe hitleriane. Sicché all’Unione Sovietica fu riconosciuta quella che era la situazione sul campo di battaglia:  dice l’adagio latino: “Cuius acies, eius res publica” Basta ricordare che, mentre la Conferenza era in corso, l’Armata Rossa si trovava ad appena 80 chilometri da Berlino mentre  gli anglo-americani erano bloccati nella  battaglia delle Ardenne,  da cui i confini tedeschi distano 700  chilometri.

Era nelle cose  la contrapposizione frontale tra i regimi capitalistico-borghesi di stampo democratico e i regimi comunisti, che si chiamò  “guerra fredda”, dando  diede luogo a due blocchi militari  ( la Nato per l’Occidente, il Patto di Varsavia per l’Oriente), e che ha avuto fine con la Caduta del Muro (novembre 1989), l’immediato successivo crollo dei regimi comunisti  e, nel Natale del 1991, della stessa Unione Sovietica. Dell’Urss è rimasta solo la Russia, al cui vertice da un ventennio si trova una sorta di nuovo zar, Wladimir Putin, che creato un regime autoritario e un sistema capitalistico in mano a pochi oligarchi suoi amici. Con Putin i governi occidentali hanno stabilito ottimi rapporti specie economici, diversamente da quel che fecero, negli anni Ottanta, con il democratico Gorbaciov, a cui negarono qualsiasi  sostegno per democratizzare l’Urss. Grande, quindi, è stata la loro sorpresa  quando  hanno dovuto prendere atto del fatto che Putin, sentendosi militarmente e ed economicamente forte,  immune com’è da ogni  scrupolo morale e senso umanitario, ha progettato una riscossa militare russa anti-Nato, tentando di impadronirsi  dell’Ucraina. Giacché la guerra in corso questo è. La colpa gravissima della carneficina in corso in Ucraina ricade tutt’intera su questo disegno nazionalistico ai limiti della follia, senza dimenticare però le responsabilità  dell’Occidente.

Allo stato attuale, le sanzioni europee e americane contro la Russia sono necessarie,  come il soccorso a milioni di profughi ucraini.  Ma non basta: occorre – seguendo  l’invocazione accorata di Papa Francesco –  ricercare la via della pace. Che non passa per l’umiliazione della Russia, né per la capitolazione dell’Ucraina. E’ tempo ormai che l’Europa assuma l’iniziativa di operare una mediazione tra le parti che garantisca (vedi, ad esempio, Trentino Alto Adige) la più ampia autonomia ai russi che vivono nel Donbass e assicuri la Russia del fatto che l’Ucraina non farà parte della Nato, così da schierare armi e soldati  a 300 chilometri da Mosca.

di Luigi Anzalone

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