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Di Gianni Festa

Come dare una spiegazione a ciò che sta vivendo Avellino alla vigilia di questo importante turno elettorale per la elezione del sindaco e del consiglio comunale? In realtà, a mia memoria, pur essendoci stati momenti di crisi, non si è mai vissuto un clima tremendo come ora. Certo, il contesto è a dir poco inquietante. Un ex sindaco, Gianluca Festa, arrestato con accuse gravissime. Con lui altri personaggi coinvolti nella gestione degli appalti; nel registro degli indagati poi è finita anche il vice sindaco Laura Nargi. E sullo sfondo il sospetto di un complotto politico che, se dovesse essere svelato nei suoi particolari, potrebbe diventare utile per riscrivere l’intera vicenda giudiziaria. E s’aggiunge la Camera penale che chiede al ministro della Giustizia Nordio di fare luce su quanto avvenuto sui tempi e nei modi della diffusione dei provvedimenti emessi. È, in estrema sintesi, questo il terremoto giudiziario che potrebbe riservare ulteriori scosse. In un clima cupo, dunque, si tenta di andare al voto per ridare alla città una nuova amministrazione. Le coalizioni politiche stentano a dare risposte rassicuranti. Manca in esse una coerenza nelle scelte. I partiti sono lacerati al loro interno. Così mentre nel Centrosinistra, o campo largo, esponenti di rilievo sono pronti al tradimento per impallinare il prescelto, giunto al traguardo della candidatura dopo mille difficoltà e contestazioni, nel Centrodestra si naviga ancora a vista, con la pretesa del ciascuno il suo. In realtà, i partiti sono stati cancellati, salvo poche eccezioni, dalla storia politica della città, sostituiti da gruppi di persone che orientano le loro scelte in funzione di interessi personali. Non si pensa affatto alla qualità delle istituzioni elettive e alla selezione della classe dirigente che dovrà onorare l’impegno nel futuro consiglio comunale. Così come era accaduto con l’amministrazione del sindaco Festa, ci si ritrova in un consesso eletto senza identità, incapace di svolgere il proprio ruolo in autonomia, e perciò stesso di essere burattino, mentre un uomo solo al comando pretende di gestire il futuro della città. Già, il futuro di Avellino. Chi ne parla? Nessuno. E’ davvero desolante che alla richiesta del voto non si accompagni un programma di intenti per superare le difficoltà che la città attraversa. Un tempo, non molto lontano, le scelte avvenivano sulla qualità degli impegni che si assumevano di fronte al corpo elettorale. Ora, invece, tutto riporta a quell’antico criterio della cattura del voto attraverso promesse individuali. Eppure era proprio questa l’occasione per spingere la città verso un cambiamento radicale, nel rispetto dei diritti e dei doveri. Di rompere il suo isolamento rispetto alla realtà regionale e meridionale; di ricongiungere il centro della città con le sue periferie, di dare risposte di vivibilità intervenendo sui problemi della quotidianità, strade, trasporti, attivazione della rete ferroviaria; di realizzare, nel comune interesse, il disegno di aggregazione con i Comuni confinanti in una logica di area metropolitana per ottenere i previsti benefici che questa scelta comporta. E, invece, su tutto questo e altro ancora è caduto un silenzio assordante. La città oggi è stata ferita e ancora una volta rischia di essere tradita. Paura, angoscia, indifferenza e rifiuto di recarsi in cabina elettorale sono i segnali che vengono dai comportamenti dei cittadini. Negli uffici comunali regna l’immobilismo. Si ha paura di firmare anche provvedimenti urgenti. La burocrazia vive nel clima del terrore. Così le opere che dovevano essere completate con annunci più volte ripetuti restano nel limbo dell’incertezza. E come restano imprigionati i problemi dello stato sociale. No, non è pessimismo. Sono le reali difficoltà che vive la città a cui bisogna far fronte, impegnando quelle energie positive che ci sono ma sono state emarginate. Ragionando sul ruolo del capoluogo con grande responsabilità, facendo appello perché siano ripristinate la legalità e la moralità perdute. Difendendo la città dalle colate di cemento che su essa incombono e dalla criminalità organizzata che si affida a mediatori locali per gestire i grandi affari.

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