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di Michele Zarrella

Le grandi rivoluzioni sono avvenute in concomitanza della presa di coscienza delle nuove scoperte scientifiche. La Storia ce lo insegna a partire dalla scoperta della ruota al motore a scoppio, dalla rivoluzione copernicana alla meccanica quantistica, dalla teoria della relatività alla scoperta del bosone di Higgs. Sono queste alcune delle “vere” rivoluzioni che, una volta acquisite, cambiano la vita della gente. Basta paragonare il nostro mondo con quello dei nostri nonni che si muovevano a cavallo e illuminavano le case con le candele. Se potessero essere qui con noi per una settimana si troverebbe come pesci fuor d’acqua. Rimarrebbero strabiliati nel constatare che ci muoviamo con le automobili e il GPS, che usiamo cellulari, apparecchi elettrici, computer, macchine a controllo numerico, robot, intelligenza artificiale, facciamo radiografie, ecografie, TAC, PET. Tutte queste tecnologie sono figlie della meccanica quantistica e della relatività. Cioè sono figlie di quelle teorie che hanno cambiato il punto di vista dell’umanità sulla materia nei primi decenni del secolo scorso.

La gente pensa che queste tecnologie vengono dalle aziende. Perché il cellulare lo produce quell’azienda, noi lo compriamo e comunichiamo; perché il computer lo produce quell’altra azienda, noi lo compriamo e lavoriamo; perché i pannelli fotovoltaici li produce un’altra azienda e noi li compriamo, li installiamo e produciamo energia elettrica; e così via. Ma tutti questi oggetti le aziende li possono produrre perché la scienza ci ha spiegato il comportamento della materia sul piano microscopico. E questa conoscenza non si è fermata. Essa continua. Nell’ultimo secolo in campo scientifico si sono avute scoperte impressionanti. E ogni scoperta cambia la nostra visione del mondo.

Al momento di una qualunque scoperta la gente e la politica si chiedono: “Ma a cosa serve?” Quando nel 1905 Albert Einstein scoprì l’effetto fotoelettrico l’Europa era governata dai grandi imperi; 10 anni dopo ci sarebbe stata la carneficina della Prima guerra mondiale da cui sarebbe nata un’altra serie di tragedie terribili che avrebbero attraversato tutto il secolo. Immagino che un ministro della ricerca di quell’epoca alla richiesta da parte degli scienziati di maggiori risorse per la ricerca avrebbe risposto: “Ma signor Einstein a che servono le vostre ricerche? A niente! Cosa ci importa se un raggio di luce colpisce un metallo e questo emette elettroni? Noi abbiamo bisogno di nuove armi più potenti, di energia a buon mercato, di fabbriche e voi mi chiedete contributi per queste scemenze?” Eppure senza la conoscenza dell’effetto fotoelettrico non avremmo avuto le fotocellule, i pannelli fotovoltaici ecc. Questa è la scienza. Un piccolo gruppo di 20 o 30 scienziati, nei primi decenni del secolo scorso, si occupano di questioni di principio; vogliono evitare contraddizioni nelle leggi della fisica e teorizzano la relatività ristretta, la relatività generale, la meccanica quantistica, l’espansione dell’Universo. Teorie che, in un secolo, hanno cambiato completamente il mondo. Ci vogliono decenni, ma le scoperte scientifiche entrano, percolano nella vita e nella società di tutti noi. Pertanto vanno conosciute. Bisogna diventare consapevoli, perché quando si è consapevole hai più capacità di padroneggiare le implicazioni e le conseguenze. In definitiva, penso che la conoscenza cambia il mondo e che bisogna aumentare gli investimenti nella ricerca pura. Per esempio la scoperta del bosone di Higgs e la nuova idea della materia che abbiamo oggi avrà un impatto nella vita sociale, pratica, tecnica nel modo di produrre dei nostri figli, dei nostri nipoti. Ci vorranno dei decenni, come ci son voluti decenni affinché la meccanica quantistica e la relatività diventassero tecnologie: raggi X, laser, GPS, risonanze magnetiche. La chiave con cui risolveremo una grande fetta dei problemi attuali dell’umanità è la conoscenza. La chiave è trovare nuove idee. La chiave è immaginare nuovi modi di funzionamento di dispositivi o di strumenti di vario tipo. Perché la scienza di ieri ha definito la società di oggi e la scienza di oggi definirà la società di domani. Una società migliore.

Sono questioni complesse, molto complesse, nelle quali c’è bisogno che gli scienziati dialoghino insieme a filosofi, artisti, storici, uomini di chiesa, letterati, poeti ecc. che hanno una visione lunga della storia dell’umanità. Che hanno visto nel passato tutti gli errori possibili che si possono commettere e che ci aiuteranno a capire meglio di altri e a sperimentare nuove forme di organizzazione, di amministrazione della giustizia, di amministrazione dei rapporti umani, di organizzazioni familiari, capaci di ridurre la sofferenza, l’ingiustizia, il dolore, le malattie. Una società nuova non la possono costruire gli scienziati perché gli scienziati sono in grado di risolvere soltanto sistemi riproducibili. Le emozioni, l’amore o l’odio che provano le persone singole nei confronti degli altri, cosa è buono e cosa no, come si amministra la giustizia, come si recupera una persona che ha ferito la comunità, ecc. non sono sistemi riproducibili. E sono tutti sistemi su cui la scienza non può dire alcunché. Dobbiamo costruire una società umana che certamente dovrà seguire un binario di sviluppo, di nuovi modi di produzione in cui la scienza giocherà un ruolo importante ma che si dovrà organizzare intorno a questo sviluppo in maniere nuove. E queste maniere le dobbiamo costruire assieme a persone consapevoli delle nuove scoperte scientifiche. Solo così potremo avere una società che affronti in maniera diversa i problemi che si presenteranno, che ponga attenzione alla persona: al suo benessere fisico e psichico, che punti a un equilibrio migliore tra esseri umani e ambiente, fra esseri umani e le altre specie viventi e fra i viventi e la biosfera.

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