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Ho sempre avuto grande rispetto e stima per Paolo Foti. Ne conosco i trascorsi, i sacrifici fatti per collocarsi nella realtà politica e civile di Avellino. E’, in sostanza, una bella persona, come si dice dalle nostre parti. Ma da un po’ di tempo confesso di non capirlo. Probabilmente egli si è assunto una responsabilità che lo sovrasta . O, forse, è semplicemente manovrato da chi intende mettere le mani sulla città. E’, a me sembra, un prigioniero politico (del Pd) e degli squali del cemento. Mi riferisco, per essere chiaro, a quei gruppi famelici che in contrapposizione tra loro vogliono spartirsi quel poco di verde che è rimasto in città. Gruppi di pressione che il sindaco deve ben conoscere per essere stato, con grande equilibrio, il direttore dell’Associazione costruttori. Tutti sanno, o almeno lo hanno intuito, che Paolo Foti diventò candidato sindaco di Avellino per volontà del senatore De Luca che, dopo aver ferito a morte l’ex sindaco Galasso, regalandogli immensa ingratitudine, volse lo sguardo verso il cosiddetto movimento “360” che aveva ( e forse ancora ha) tra gli sponsor il presidente dell’Alto Calore, Lello De Stefano e l’imprendotore Sivio Sarno. De Luca, in quella occasione, zittì finanche il presidente Mancino la cui scelta era caduta su altro candidato. Questa mia ricostruzione dei fatti del passato non è affatto fantasiosa, ma ben si coniuga con la deriva a cui è giunta la città. Chi ha assistito alle recenti sedute del Consiglio comunale ha potuto rendersi conto del grande squallore manifestato. Non solo dalla maggioranza (che non c’era, in parte), ma anche dell’opposizione che con il suo atteggiamento ha dato man forte per la prosecuzione di questa esperienza dannosa per la città. Sono figlio di una generazione che aveva come riferimento la difesa della propria dignità. Non che mancassero sotterfugi o patteggiamenti, ma essi, vivaddio, avevano quello strato di pudore che rendeva necessario il confronto. Stavolta no. Tutto si è ridotto ad una questione di numeri. E per metterne insieme undici non sono mancati, probabilmente, compromessi al ribasso. Come si spiega l’assenza dei dameliani? Probabilmente con una mancia che il sindaco consegnerà in occasione dell’ennesimo rimpasto. E rispetto a questo comportamento il Pd, se ancora esiste, non ritiene giusto espellere i dissidenti per non aver obbedito alla linea politica dettata al gruppo consiliare comunale? C’è un altro interrogativo che gli Avellinesi si devono porre: perchè un sindaco e la sua giunta resistono nel mantenere la guida della città, quando sono consapevoli di non poter sostenere la sfida? Non credo, per amore. Men che mai per passione civile. E allora? Perchè tanta ostinazione nel mantenersi legati agli scranni del mediocre potere comunale? Qualcosa non quadra. E’ così che la dignità viene svenduta e si supera anche quel minimo pudore che dovrebbe far arrossire e, invece, si trasforma in arroganza. Sia chiaro: il mio dire nasce dall’amarezza dello stato in cui è giunta la città e dalle figuracce che essa deve sopportare quasi quotidianamente. L’altro giorno sono andato sulla Collina della Terra, dove insiste il Duomo, e dove sono stati spesi fondi per il recupero dell’area archeologica. Gli scavi erano spariti, sommersi da rovi ed erbacce. Mi sono spostato a Largo santo Spirito e ho trovato i cancelli chiusi. Dalla inferriata mi sono accorto che è nata una discarica a cielo aperto. Non meglio al parco dell’ ex Distretto di via Colombo. Peggio in quello dedicato a Palatucci. Che città, mi sono chiesto, è diventata questa che un tempo era gelosa della sua civiltà e della sua cultura. Già, la cultura. E qui il discorso cade sul teatro Carlo Gesualdo. E’ semplicemente vergognoso quello che sta accadendo. La caccia all’untore ha preso il sopravvento sull’attività dell’istituzione. Fino al punto che dal prestigioso Teatro San Carlo di Napoli, con cui si era riusciti a strappare la messa in scena dell’Aida, è giunta la lettera di disdetta della direzione artistica. Con una motivazione netta e decisa rivolta al Comune di Avellino. “Non siete credibili, non possiamo mantenere l’impegno, disdettiamo l’accordo fatto”. Che figura. Che vergogna. Che schiaffo alla città. E già. Il “Gesualdo” serve alle manovre politiche, a lottizzare, a distruggere tutto ciò che di positivo era stato fatto. Sia chiaro: se qualcuno ha sbagliato deve pagare. Ma l’attività futura del Gesualdo non può essere compromessa per l’indecisione di un commissario il cui comportamento si è rivelato a dir poco sinusoidale. Udite, udite. Il Comune decide di costruire una strada adiacente all’autostazione (altro ceffone alla città quel monumento all’ignavia diventato Mercatone Due) e impegna una consistente somma per la sua realizzazione. La strada viene costruita, asfaltata, arredata con la segnaletica necessaria, ma si scopre che la proprietà del suolo non è del Comune, che l’esproprio non è stato perfezionato: la proprietà è di un condominio privato. E che dire dei quartieri della città? Sono diventati veri e propri ghetti. Lo Stato ci arriva solo per dirimere qualche litigio o per arrestare qualche malvivente. Le condizioni igieniche sono insopportabili. A Quattrograne, come abbiamo documentato, sono i topi i protagonisti della vita quotidiana. Mi capita quasi ogni sera di fiancheggiare piazza Libertà. Vi noto barboni distesi in cartoni e ragazzi alle prese con stupefacenti. Si potrebbe chiamare Piazza del Rifiuto se non fosse per i milioni che sono stati spesi per realizzarla. Progetti cambiati, fornitori di materiali non sempre conformi al capitolato di appalto del vero progetto, una sorta di Alcatraz, come direbbe il mio amico Ciro Della Sala, nel cuore della città. Mi chiedo: perchè mai di fronte a questa lapalissiana incapacità di governo, e mentre si viaggia verso l’ennesimo rimpasto, insistere in questa agonia che ha come prospettiva una forzata eutanasia e non recuperare quella dignità che esigerebbe l’abbandono dell’osso? Ribadisco: se così è, se la dignità perduta non ha più senso, qualcosa di oscuro si sta consumando.

edito dal Quotidiano del Sud

di Gianni Festa

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