di Virgilio Iandiorio
Una parola che ricorre frequente nei discorsi dei candidati alle elezioni politiche è discontinuità. Sballottata da destra a sinistra e da sinistra a destra la “discontinuità” sembra una parola indispensabile in questo frangente politico. Siamo diventati tutti “discontinui”, anche se è sempre la discontinuità dell’altro che ci interessa, nel senso che ognuno crede a torto o a ragione che sia la “discontinuità” degli avversari ad essere in gioco, mai la propria. Poi basta leggere le liste dei candidati per averne un riscontro empirico.
Eppure la “discontinuità”, che ha confini così incerti, ha assunto una connotazione tutto sommato positiva. E’ diventata una sorta di palingenesi in questo mondo politico dove è difficile anche l’orientamento, non dico con la bussola, ma nemmeno quello della navigazione a vista.
Il Grande Dizionario della Lingua Italiana di Salvatore Battaglia dice a proposito della “discontinuità”: Successione o serie interrotta, spezzata (nello spazio e nel tempo). In particolare: attenzione, applicazione, impegno discontinuo ( in un lavoro, in un’attività. In senso concreto: condotta di opera senza continuità.
Quando a scuola ti dicevano che eri discontinuo nello studio, nell’impegno, nella frequenza, per te era un titolo di demerito; ed erano dolori se non si fosse ricorso in qualche modo ai ripari. In sostanza la discontinuità anche in altri campi vuole dire “mancanza di continuità, di uniformità; incoerenza fra le varie parti di un’opera; frammentarietà ( di uno scritto, di un discorso); difetto di regolarità; punto di frattura, di interruzione. La discontinuità si connota di valenze negative.
Provatevi a immaginare il pranzo di Natale, quando in famiglia sono riuniti accanto ai genitori , ai figli e ai nipoti, i nonni e i bisnonni. C’è la continuità della famiglia, ma con quanta discontinuità! Il bisnonno e il nipotino: una differenza di decine di anni. Dove è la continuità? Il fatto che siano seduti alla stessa tavola è sufficiente per dire continuità?
Siamo debitori alla matematica, se il concetto di “discontinuità” è passato nel nostro linguaggio corrente a indicare qualcosa di neutro, forse, ma a volte necessario. Intuitivamente possiamo dire che una funzione (matematica) si dice continua quando possiamo disegnarla senza staccare la penna dal foglio (o il gessetto dalla lavagna); essa evidentemente diventa discontinua quando stacchiamo la penna dal foglio e la riattacchiamo dopo un intervallo.
Nel mondo romano la discontinuità era considerata come frattura, come caduta rispetto ad un andamento considerato continuo. Per indicare la mancanza di continuità nello spazio, nel tempo ecc. i latini ricorrevano alla parola “intervallum”. Quanti di noi conoscono a memoria quella famosa frase di San Girolamo a proposito del poeta Lucrezio, autore del De rerum natura, il quale avrebbe scritto il suo poema “per intervalla insaniae”!
I latini ponevano l’accento sulla “mobilitas”, la discontinuità come mobilità di idee, di umore, di atteggiamenti. Ma sono passati molti secoli, e “mobile” oggi è una caratteristica della telefonia; mobile phone è l’equivalente inglese del nostro cellulare o telefonino.


