Rosa Bianco
C’è un momento preciso in cui la storia di una comunità cessa di essere semplice cronaca del passato e diventa destino condiviso. Quel momento coincide quasi sempre con il risveglio della sua memoria artistica. Per Avellino, questo risveglio oggi ha la forma, i colori e la straordinaria forza evocativa di una tela: “LA DOGANA RIFIORITA – omaggio a Cosimo Fanzago”, opera recente (anno 2026) firmata dal Maestro Gennaro Vallifuoco. Un acrilico su tela di piccole dimensioni, ma dal respiro monumentale, capace di farsi manifesto poetico e politico — nel senso più nobile del termine — di una città che rivendica il proprio diritto alla bellezza.
L’opera e la visione dell’artista
L’opera di Vallifuoco non è una semplice veduta architettonica, né un esercizio di nostalgia. È, dichiaratamente, una personale interpretazione del monumento simbolo di Avellino in chiave di quinta scenica e di Teatro di Verzura. L’artista trasforma la celebre pietra fanzaghiana in un’architettura vivente, dove il rigore del disegno barocco si sposa con una rigogliosa trama vegetale e fiorita. Questa metamorfosi visiva non è solo un virtuosismo estetico, ma si configura come un profondo e programmatico auspicio di rinnovamento e rinascita della storia locale. La Dogana non è più il gigante ferito e puntellato del post-terremoto e del drammatico incendio del 1992; diventa, al contrario, un palcoscenico di speranza, un “salotto delle meraviglie” che riabbraccia il suo antico ruolo di baricentro della vita civile.
Un cuore antico tra splendore e rinascita
Per comprendere la portata di questa operazione culturale, è necessario riavvolgere il nastro del tempo fino al cuore dell’Avellino dei Principi Caracciolo. Ubicata in Piazza Amendola — storicamente la “piazza Pubblica” —, la Dogana rappresentava un «tutt’uno inscindibile» con la Torre dell’Orologio e l’obelisco a Carlo II d’Asburgo, come opportunamente ricordato dagli studi storici di Armando Montefusco. Era il cuore pulsante dei commerci, una strategica “Borsa merci” posta lungo la via del grano che collegava la Puglia a Napoli.
Quando la terribile peste del 1656 mise in ginocchio la città, fu la lungimiranza di Francesco Marino Caracciolo, quarto principe di Avellino, a intravedere nella ricostruzione un’opportunità di riscatto urbanistico e culturale. Il Principe chiamò a sé il genio di Cosimo Fanzago, il quale nel 1668 trasformò un austero e spoglio edificio fiscale in un capolavoro del Barocco meridionale. Fanzago arricchì la facciata monumentale con cinque caratteristici archi e una straordinaria teoria di statue e busti: Diana, un Efebo, Venere, Marino II Caracciolo e i profili di Augusto, Adriano, Pericle e Antonino, protetti ai lati da due leoni accovacciati a guardia degli stemmi nobiliari. Una facciata che ha resistito ai secoli, alle guerre e ai cataclismi, arrivando fino a noi come un miracoloso frammento di identità.
Sul cartiglio centrale della Dogana si legge ancora l’iscrizione latina che ricorda come Francesco Marino Caracciolo restaurò con eleganza (elegantius instauravit) quella fortezza di Cerere affinché, dopo la peste, il popolo non fosse flagellato dalla fame. Oggi, l’opera di Gennaro Vallifuoco si inserisce idealmente nel solco di quella stessa antica iscrizione. Se nel Seicento si trattava di sconfiggere la fame materiale, nel 2026 la sfida è sconfiggere la fame culturale, l’oblio e il degrado.
Con “La Dogana Rifiorita”, Vallifuoco compie un atto di profonda militanza artistica. Coprendo idealmente le ferite del tempo con il verde e i fiori del Teatro di Verzura, l’artista non nasconde il passato, ma indica la strada per il futuro. Ci ricorda che i monumenti non sono pietre inerti, ma organismi viventi che appartengono all’anima collettiva di un popolo. Il suo dipinto diventa così un invito pressante alle istituzioni e alla cittadinanza — oggi più che mai unite sotto l’appello storico di #salviamoladogana — a far sì che la finzione pittorica diventi presto realtà urbanistica. Avellino ha bisogno che il suo salotto torni a fiorire, e l’arte di Vallifuoco ci ha appena mostrato che la rinascita è non solo necessaria, ma già splendidamente possibile.



