“Continuo a sentirmi divisa tra la necessità di nascondermi e il desiderio di mostrarmi. La mia poesia nasce anche da questo conflitto”. E’ Miriam Barbone a raccontare la sua raccolta “Krisis”, edita da Altavilla, presentata alla libreria Mondadori, nel corso di un incontro moderato da Gianluca Amatucci. “La crisi – spiega la poetessa Rossella Tempesta, curatrice per Altavilla edizioni della collana Altrove Poetico – diventa passaggio, trasformazione e possibilità di riconoscersi per un’autrice che si conferma poeta autentica e che abbiamo deciso di candidare allo Strega. Una raccolta che sceglie di partire dalla consapevolezza di una fragilità che appartiene a ciascuno di noi, in un itinerario che non ha né prologo, né conclusione ma è illuminato da tante pagliuzze di luce come capita per la vera poesia. Poichè la poesia può essere come una casa, un luogo in cui ritrovarsi a prendere fiato e prendersi tempo, tempo per sentire e imparare a riconoscersi e infine imparare ad amare”. “I momenti di vulnerabilità – spiega l’autrice – fanno parte della natura dell’esistere, appartengono a tutti gli esseri viventi. Ciascuno di noi si porta dietro un fardello e si costruisce una corazza per difendersi da questo fardello mentre parlarne renderebbe tutto più facile. La poesia diventa un modo per esorcizzare queste paure”. “Quale è la creatura più vulnerabile? – si chiede Miriam – /Ognuno fugge da ciò che può/Un occulto fruscio mi sussurra: tutti viviamo nascosti/in nidi di cemento/temendo il suono scalpitante/dell’ignoto che incalza”. Così l’io poetico non si sente così diverso dalla lucertola che teme il gioco sadico di un bambino “Come lei, mi sento esposta/Tengo le spalle al mondo/sicura che mi schermi/ma esso non si estende/per tutta la mia estensione/Penzolo anch’io/tra la solidità del certo/e l’ignoto sdrucciolo”. E persino l’ombra può apparire spaventosa “Un’ombra è solo una stampa/la prova che siamo materia/così come spesso pare/che il male ci cinga le spalle/null’altro che noi/opaco intralcio alla luce”.
Alessio Capone, giornalista, pone l’accento sulla capacità di Miriam di costruire una raccolta che rappresenta il libro della maturità “una maturità frutto della consapevolezza di sé e della propria ricerca poetica che trova il suo filo conduttore nel richiamo costante allo sguardo dell’infanzia” “Sempre stata schiva/che mi viene in mente una me bambina/con mano frettolosa/ignara che la vita pulsa in ogni angolo/spingere il dito/verso una piccola chiocciola/che tirava dentro le antenne/e gli occhi piccoli e umidi/come risucchiasse l’anima/per difendersi da un’incauta curiosità”. Una centralità, quella della memoria d’infanzia, ribadita anche da Anna Correale nella bella prefazione “La forza dell’infanzia inseparata dal mondo viene conservata in Miriam Barbone dalla poesia e sottoposta alla rottura continua della separazione, a quella che per i greci è Krisis in quanto trasformazione critica, cambiamento, perpetuo divenire”, poichè, scrive l’autrice, “Non lo diremo al tempo/ma stamane ho avuto paura di non trovarmi più/Che strana condanna/la mutevolezza”.
Centrale il rapporto con la parola poetica “La poesia è sempre stata strumento che mi ha accompagnato nel processo di crescita, nel mio modo di interrogarmi sul reale, lente attraverso cui decifrare l’universo, frutto del desiderio di conoscermi meglio e farmi conoscere, linguaggio privilegiato per esprimere la mia sensibilità”. Un rapporto che emerge con forza dalla raccolta “Quando dico che la parola è mia/non ne vanto il possesso”, poichè, sottolinea Anna Correale “è parola che non può possedere la cosa oggettivata ma la parola è la cosa stessa, il mondo si ritrae tutto nella parole, non più quantificabile, né circoscrivibile, la parola poetica porta in sé tutta la moltitudine dei dettagli quotidiani, tutta la complessità delle relazioni, tutto il divenire che ci attraversa e resta come un suono che avvicina alla sacralità dell’inconoscibile”. Spiega come centrale diventi la dimensione della quotidianità, da un’altalena di ferro dell’infanzia ai gelsomini che “tessono la loro tela lungo le strade” fino ai sacchetti dell’ortofrutta o alla polvere di vetro, così il lenzuolo da piegare si fa simbolo per eccellenza di condivisione ‘Piegare lenzuola/di fresco lavate/ma della stoffa/nessuno che tenga l’altra parte/e cascano sorde/la immagino così la solitudine”. “Ed è proprio lo sguardo del poeta – sottolinea Tempesta – a trasfigurare il quotidiano, andando al di là di ciò che appare alla superficie “Polvere di vetro/sui marciapiedi/brilla come la coda di una cometa/ma è solo la bottiglia frantumata/di una birra mediocre/L’occhio allenato vede magi/nel quotidiano”. Confessa la volontà di cimentarsi anche con nuovi codici linguistici a partire dalla prosa “Mi piacerebbe che qualcuno si riconoscesse in ciò che scrivo. La scrittura ha un potere terapeutico, le storie attraverso il dono della lettura mi hanno sempre guidato, attraverso i libri ho viaggiato, ho sperimentato”. Un libro che, come sottolinea l’editore Ettore Barra, tra i primi a credere nel talento di Miriam, ci consegna l’immagine della poesia come spazio della libertà e quello dell’evoluzione come unica dimensione possibile e salvifica per l’uomo “non sono fatta di materia statica/non amo essere contenuta/neanche da un abbraccio….io non voglio vivere nelle parole di nessuno/non voglio descrizioni ad ingabbiarmi/nè monili ad abbellirmi/Io voglio solo questo spazio: quello tra le parole tutto e niente”.




