Domani, giovedì 20 agosto, alle ore 18.30, presso la Libreria Mondadori di Avellino, si terrà la presentazione del libro collettaneo dedicato ad Antonio La Penna, insigne latinista e uno dei maggiori studiosi della letteratura latina del nostro tempo.
L’incontro rappresenta un importante momento di riflessione e di confronto su una figura che ha dato lustro alla cultura irpina e italiana, lasciando un’impronta profonda negli studi classici. Tra i contributi raccolti nel volume figura anche il saggio di Mino Mastromarino, del quale proponiamo qui una versione più agile e divulgativa, dedicata a uno dei grandi protagonisti della poesia latina: Ovidio.
Di Mino Mastromarino
Antonio La Penna, vanto d’Irpinia, ha dedicato a Ovidio una monumentale monografia, intitolata Ovidio. Relativismo dei valori e innovazione delle forme ( Edizione della Normale, Pisa, 2018 ). Il volume, denso e cospicuo, viviseziona le opere del poeta di Sulmona, incardinandole nel percorso biografico e nella temperie socio-politico-culturale di questo, mediante l’ ampio e coerente svolgimento della diade programmatica del titolo.
L’insigne Latinista riconosce innanzitutto ai componimenti ovidiani di aver fondato lo stile della poesia moderna, e di averlo saputo fare con encomiabile sprezzatura. Infatti, chi legge Ovidio, è colpito innanzitutto dalla fluidità avvincente dell’espressione, e l’impressione è già netta negli Amores… Ribadito il rifiuto dell’arcaismo, il lessico non è peregrino; la sintassi raramente è complicata, le iuncturae non sono ricercate; d’altra parte è costante un’eleganza che pare raggiunta senza sforzo, ed elimina anche la sensazione di trascuratezza; l’eleganza si avverte anche nelle allusioni erotiche.
Individua poi in Ovidio l’arte dell’Aneignung, ossia la capacità di appropriazione, di assunzione degli autori precedenti e contemporanei, e di rielaborarli con foggia originale.
Ovidio è riuscito dunque a rappresentare le mutatae formae della produzione poetica: programma magistralmente dichiarato nei versi in nova fert animus:
« L’estro mi spinge a narrare di forme mutate
in corpi nuovi. O dèi – anche queste trasformazioni furono pure opera vostra –
seguite con favore la mia impresa e fate che dalla prima origine del mondo
il mio canto si snodi, ininterrotto, fino ai miei tempi. ».
Quanto, in particolare, alle Metamorfosi, La Penna è perplesso sulla scelta delle trasformazioni quale filo conduttore del poema perché “ sembra che Ovidio non miri ad eccitare l’immaginazione, a suscitare il senso del meraviglioso e del miracolo, ma a rendere la trasformazione verosimile: descrive il passaggio minutamente, con pedanteria “.
Invero, la metamorfosi è il dramma universale della perdita dell’identità fisica e il dramma dell’espressione negata, come, del resto, è la soluzione alla sofferenza e il muro che si erge tra l’io e il tu ostile; più che morte, è il limite che segna un percorso nuovo e la possibilità di esistere sotto altra forma (Lucia Ghilli).
Anche Kafka, attingendo alla matrice ovidiana, è riuscito a descrivere, con straordinario effetto di realtà, la mutazione di Gregor Samsa in un insetto perfetto e mostruoso. Proprio come accade a ciascuno di noi quando le nostre emozioni e paure assumono la forma di demoni.
Il dispositivo metamorfico si avvale di uno strumento narrativo: il locus amoenus, quasi sempre un boschetto generatore di piacevole frescura, lambito dall’acqua limpida di un fiume o di una fonte sgorgante; talora una grotta che offre un comodo riparo naturale.
L’archetipo è la grotta di Calipso nell’Odissea che emana un fascino sinistro, ovvero la piana di Enna dove Proserpina viene rapita da Plutone: mirabile scena offerta poi dal Bernini all’estasi dell’osservatore, che viene ghermito dalle dita del dio degli inferi che penetrano nelle carni marmoree della riluttante fanciulla.
Lo studioso ritiene che la tendenza alla morbidezza e alla fluidità nella lingua e nello stile di Ovidio induce a diluire il discorso poetico fino alla prolissità.
Perciò, convinto di opporsi così alla fregola della modernità , colloca Virgilio molto più in alto di Ovidio , rilevando come fra i due c’è una differenza sostanziale quanto alla funzione stessa della poesia.
Secondo La Penna, c’è una poesia che nasce da un bisogno irresistibile di esprimere e di comunicare un complesso di valori morali e religiosi, di sentimenti e di passioni, quel complesso che Francesco De Sanctis indicava con la metafora della “pianta uomo”: la chiamerei poesia di ispirazione. C’è un’altra poesia, che mira a dilettare e affascinare: la letteratura di intrattenimento. Metterei, dunque, Ovidio fra i grandi poeti di intrattenimento.
Lo stigma di letteratura di intrattenimento – sommessamente – non ci convince. Anzi ci sorprende. Più che di ingenuità – da escludere totalmente nel caso del classicista irpino- si tratta invece di cedimento al moralismo letterario.
L’allegoria della “pianta-uomo”, di genesi ottocentesca in quanto delineata nella Storia della letteratura Italiana, rivela la debolezza, se non l’inadeguatezza, del discrimine estetico formulato dal Nostro.
La convocazione del De Sanctis manca di ancoraggio storico ed estetico.
Quest’ultimo si era formato sulla dialettica hegeliana e propugnava l’unificazione dell’Italia da realizzarsi attraverso l’identità culturale e l’unità di valori degli italiani, ancorché divisi tra stati e staterelli regionali. Era inevitabile che la letteratura fosse funzionale ad un’istanza politica più che morale. Ma per De Sanctis valeva il concetto vichiano per cui la poesia e l’arte sono esiti naturali della fantasia e della spontaneità, tanto che la sua idea estetica fondava sull’autonomia dell’arte che ha in se stessa il suo fine e il suo valore.
Per inciso, in epoca medievale, Ovidio è stato addirittura cristianizzato o, più precisamente, moralizatus sul presupposto che l’incipit delle Metamorfosi sulla creazione dal caos ne avesse fatto un cristiano ante litteram, ed anche un segreto oppositore dell’impero pagano.
La contrapposizione tra poesia di ispirazione etico-religioso-sentimentale (Virgilio) e la poesia fantastico-dilettevole (Ovidio) non regge. Del resto, la poesia ovidiana – soprattutto in quanto connotata dal divenire e dalla mutevolezza dei destini – è quella che meglio illumina la natura umana e la labilità delle forme esistenziali che la definisce.
Mentre l’epica virgiliana è quasi imprigionata in una precisa epoca storica ( l’età augustea), i testi ovidiani sembrano fatti apposta per vincere i vincoli del tempo, alimentandosi continuamente di nuovi epigoni e interesse. L’ultima parola del poema è infatti: vivam ( vivrò).
Basti pensare al Modernismo, quel movimento culturale internazionale impostosi tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, basato sul rinnovamento di idee e metodi in letteratura, nelle arti visive, diretta conseguenza delle “trasformazioni” sociali e culturali dell’epoca: ossia da processi metamorfici intesi a segnare una frattura con il passato e a sperimentare nuove forme di espressione. Come il flusso di coscienza di Joyce. O, meglio, come le onde di Virginia Woolf.
Calvino – ad ulteriore esempio della straordinaria fortleben ovidiana – ha esaltato le Metamorfosi facendo leva su due concetti topici, quello della continuità/contiguità tra tutte le forme dell’esistente e quello della mobilità/indistinzione dei rispettivi confini, oltre che ammettere il debito stilistico contratto per le lezioni americane della leggerezza e della rapidità.
Per non parlare della litomorfosi, cioè del diventare pietra, una trasformazione di cui purtroppo – in seguito ai traumi della vita – sperimentiamo la permanente esposizione.
Il giudizio severo e irrimediabile di La Penna ci ricorda quello del grande filologo Wilamowitz sul libro di esordio di Friedrich Nietzsche, Nascita della tragedia. Che ne denunciò la debolezza argomentativa, l’arbitrarietà scientifica, e l’approssimativa attenzione alle fonti, e quindi la impossibile dignità di saggio accademico.
Il peccato di Nietzsche ? Quello di aver ravvisato l’origine della civiltà greca nello spirito dionisiaco; e di averne collegato il declino al primato di Apollo, ossia dell’armonia e della razionalità socratiche. Dioniso è invece la divinità mitologica del cangiamento, e che riunisce, anzi ricuce gli estremi: vita e morte, gioia e dolore. Offre una forma di sapere, o meglio di sapienza, che il pensiero separativo non può comprendere, e non può fare a meno di condannare. La vita razionale, apollinea, è rigida e immiserita da saperi che, anche nella loro eccellenza, quando vengono generalizzati, non afferrano la fluidità della vita. Ha avuto ragione il filosofo.
Insomma, Filologia contro Filosofia. Nel nostro caso, Filologia contro Letteratura.


