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La politica tra tensioni e instabilità

L’Italia è sotto l’incubo del coronavirus che ha provocato trentamila morti ed è alle prese con una complicatissima partita economica per far ripartire un paese che da due mesi è praticamente fermo e molte aziende rischiano di chiudere i battenti. In una situazione di questo tipo dalla politica ci si aspetterebbe una disinteressata generosità ed invece il conflitto resta permanente e tutti continuano a difendere i propri piccoli interessi elettorali. Già si fa fatica ad inseguire questo tipo di scontro durante i periodi normali ma in tempi come questi risultano incomprensibili. Ora il tema che appassiona è quello che per uscire dall’emergenza sanitaria ed economica serve un governo di grande coalizione. Il punto non è chiedersi se questa mossa sia politicamente corretta o sbagliata ma se questo è il tempo giusto per un’operazione che richiederebbe lungimiranza, visione e unità di intenti. Qualità che nessuna forza politica oggi possiede. Il filosofo francese  Emmanuel Mounier sosteneva che “la più grande virtù politica è non perdere il senso dell’insieme”. Purtroppo questa semplice lezione è riposta da troppo tempo nei cassetti dei nostri politici di maggioranza e di opposizione che adesso anziché restringersi si sono ulteriormente allargate con le tensioni tra governo e regioni. La scorsa estate Conte è passato in meno di un mese dal guidare una coalizione sovranista  ad una certamente più europeista per la presenza del partito democratico. Ha dimostrato di essere un abile navigatore deve ora stare attento a non esagerare per non trovarsi di colpo sbattuto sugli scogli. Tra i partiti quello che ancora gode del favore dei sondaggi è la Lega nonostante una lieve discesa. Salvini ha cavalcato l’onda giusta popolare prima del coronavirus, con la paura degli immigrati e con il progetto di una Lega nazionale sul modello delle destre continentali a partire da quella francese ma adesso fa fatica a riscrivere un’altra agenda e la sua netta contrarietà all’Europa non sta pagando in termini di consenso. Una linea simile, euroscettica e anti immigrati, l’ha tenuta anche Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia che però a differenza del leader leghista non ha mai fatto passi concreti e aperture ad un governo di larghe intese. Più mobile all’interno del centrodestra la posizione di Berlusconi che lavora ad una nuova maggioranza di governo che possa in qualche modo includere anche Forza Italia che resta legata al carro del partito popolare europeo trainato dalla cancelliera Merkel. Nella maggioranza il capofila degli scontenti è Matteo Renzi che vorrebbe subito un cambio di leadership a Palazzo Chigi e vedrebbe bene la presenza dei berlusconiani all’interno di un nuovo esecutivo. Il PD resta ancorato alla sua posizione di partito dell’equilibrio e della responsabilità e prova ad accompagnare il tentativo di Conte di cercare sponde in Europa sfruttando i collegamenti del ministro dell’economia Gualtieri e soprattutto del commissario europeo Gentiloni. Più articolata la posizione dei cinque stelle che dopo aver già partecipato a due governi diversissimi tra di loro pagano le inevitabili lacerazioni interne e l’appannamento della leadership di Di Maio. Crimi è un reggente e dunque il futuro del movimento è ancora da decifrare pienamente e certo i sondaggi non aiutano.  Le tensioni di questi giorni stanno ottenendo un solo risultato: aumentare l’instabilità e appesantire tutti gli appuntamenti della Fase 2, dal varo del decreto alle tappe della trattativa con l’Europa. Si resta dunque sospesi. La sensazione – come ha scritto Federico Geremicca sulla Stampa – è che si sta discutendo del nulla, sottovalutando per altro la circostanza che (immediato dopoguerra a parte) solo negli anni 1976-1978 durante la fase della solidarietà nazionale, l’Italia ha sperimentato governi di unità nazionale, il che qualcosa vorrà pur dire.

di Andrea Covotta

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