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La solitudine di Matteo Renzi

 

Lo scorso 5 aprile, meno di due mesi fa, la Commissione Affari Costituzionali di palazzo Madama elesse a sorpresa a suo presidente il senatore Salvatore Torrisi, avvocato catanese, esponente di Alternativa popolare, il partito di Angelino Alfano, ministro degli Esteri, già dell’Interno, già della Giustizia (allora con Berlusconi). Fu uno scacco per il Pd, che rivendicava quel posto lasciato libero della senatrice Anna Finocchiaro, esponente democratica, entrata nel governo Gentiloni come titolare dei Rapporti col Parlamento. Il ruolo del presidente della prima commissione del Senato è cruciale, perché da quella posizione si controlla l’iter della legge elettorale. La corrispondente casella della Camera è occupata da un deputato dei “Civici e innovatori”, minipartito presente solo a Montecitorio con 17 deputati, filiazione della montiana “Scelta civica per l’Italia”. Naturalmente il Pd (allora Matteo Renzi era solo un candidato alla segreteria) protestò vivacemente per l’esito del voto, che Lorenzo Guerini, oggi coordinatore del partito, bollò come “tradimento di una normale modalità di stare insieme in maggioranza”. In effetti, i voti delle opposizioni erano stati determinanti per il risultato, ma dopo un debole tentativo di Alfano di ripristinare la correttezza dei rapporti nella compagine governativa, tutto restò inalterato: Torrisi fu confermato presidente della Commissione e il Pd ingoiò il rospo, accettando di restare tagliato fuori da uno snodo delicatissimo. E’ strano che nessuno, nelle polemiche di questi giorni sullo sbarramento del 5% per l’ingresso in Parlamento previsto dalla legge elettorale in gestazione, abbia ricordato questo precedente, molto più concreto del presunto invito invano rivolto da Renzi ad Alfano già in febbraio a “staccare la spina” al governo Gentiloni, insediato da appena un mese. Su quell’invito non ci sono conferme, e difficilmente se ne troveranno; sullo sgarbo del 5 aprile scorso di Ap e di Alfano al Pd, invece, c’è veramente poco da dire. Ma al di là delle polemiche sui rapporti fra i due partiti e i rispettivi leader, quel che emerge dalle vicende di questi giorni, e che probabilmente verrà confermato nei prossimi, è la persistente solitudine di Renzi, protagonista di una spettacolare resurrezione politica dopo la sconfitta referendaria di appena sei mesi fa, e ciononostante ancora isolato, o meglio non accettato da maggioranza e opposizione come interlocutore necessario per ogni combinazione politica, tanto più in un sistema proporzionalista quale è quello cui ci stiamo dirigendo dopo la bocciatura dell’Italicum da parte della Corte costituzionale. Anche la mannaia del 5%, bestia nera degli alfaniani, viene imputata al solo Renzi, quando è stata voluta principalmente da Berlusconi e dai Cinque Stelle e accettata anche da altri partiti che pure sono sull’orlo della soglia, come i bersaniani. E non è detto che resterà, poiché le pressioni per ridurre il limite sono forti. Tra l’altro, è da notare che, sempre in regime di proporzionale, una frammentazione dei gruppi parlamentari faciliterebbe la formazione delle maggioranze dopo le elezioni, potendo i gruppi maggiori, presumibilmente alternativi, coagulare attorno a sé le formazioni minori. E tuttavia un limite ci deve pur essere, se non altro per evitare che il Capo dello Stato sia di nuovo costretto a consultare ben 25 gruppi, come accadde durante la gestazione dell’esecutivo attualmente in carica. Oggi la geografia parlamentare vede 11 gruppi autonomi a Montecitorio, più sei nel gruppo misto; dieci gruppi più il misto a Palazzo Madama, molti dei quali, nelle due Camere, nati dalla scissione delle sigle originariamente presentatesi alle elezioni e mantenuti in vita grazie alla redistribuzione del finanziamento pubblico: una realtà che con il pluralismo delle opinioni e col principio di rappresentanza ha ben poco a che vedere. Un correttivo in grado di garantire rappresentatività e governabilità e di impedire il malcostume dei cambi di casacca (491 finora secondo Openpolis) sarebbe necessario: lo sbarramento del 5% sarebbe quindi utile, ma già viene additato come liberticida. E naturalmente la colpa è di Matteo Renzi.
edito dal Quotidiano del Sud

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