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C’è qualcosa di strano in questi anni negativi e drammatici, specie gli ultimi due, della vita del mondo umano. Il quale va comunemente sotto il nome di storia, in quanto vita fatta di vicende che si stima dotate di un senso che le unisce e di cui, essendo un passato che condiziona il nostro presente, serbiamo memoria, che in forma scritta si chiama storiografia. Quel che è certo è solo che la storia si risolve nell’andare nel tempo di individui, popoli e genti in modo accidentato e claudicante, poche volte pacifico e prospero, troppo spesso funestato da guerre catastrofiche guerre, specie il secolo scorso, che hanno causato distruzioni immani al nostro abitare il mondo e hanno inondato la terra di mari e oceani di sangue, sicché non più battesse il cuore di centinaia di milioni di uomini. Rimanendo incerto – ma è questione di fede – se le loro ombre andassero a popolare un mesto e cupo Ade o le loro anime immortali, quelle buone e pie, godessero della beatitudine paradisiaca.
Ma come che fosse l’effettività delle cose occorrenti, la storia universale è stata accompagnata per lo più, e talvolta non senza qualche positivo effetto, da visioni del mondo, concezioni politiche, utopie, insegnamenti religiosi, progetti e programmi di governo delle cosa pubblica tendenti in vario modo a volgerla al meglio. Invece, dalla Caduta del Muro (9 novembre 1989) e segnatamente in questa lunga notte di morte pandemica (siamo a 5 milioni e 400 mila morti nel mondo e 137 mila in Italia), funestata da continui disastri climatici, che sembrano preannunciare un’immane catastrofe ecologica, non c’è traccia di pensiero amante del genere umano e della natura. Che è pensiero di sinistra, democratico o socialista o comunista, laico o cattolico.
Ma non per questo dobbiamo darci per vinti. Abbiamo bisogno, direbbe Moro, di “un’intuizione esigente”, di “pensieri lunghi direbbe Berlinguer, di una “Nuova frontiera, direbbero John e Bob Kennedy per l’Italia e la “razza umana”, l’unica che Einstein riconosceva. Abbiamo bisogno di un’utopia, se si vuole, ma che si traduca in una Nuova Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo e del cittadino. Per cui, ad esempio, ogni neonato è cittadino del mondo, oltre che della sua patria. Abbiamo bisogno di un organismo mondiale, composto dalle più alte autorità religiose e culturali, che garantisca la creazione sul globo di un sistema produttivo che dia lavoro a tutti e di una tecnica amica della natura e rispettosa delle sue leggi. Abbiamo bisogno di una società libera e democratica, interetnica e interculturale e, finalmente, gilanica, cioè fondata sull’effettiva uguaglianza tra uomo e donna, esaltandone le felici e creative differenze. Abbiamo bisogno di un ordine mondiale che faccia la guerra alla fame, alla miseria e alla guerra, per garantire la pace universale, l’uguaglianza e il diritto alla vita e alla felicità.
E’ questo il senso universale della vittoria di Gabriel Boric nelle elezioni presidenziali del Cile, che ha riportato al governo la sinistra dell’indimenticabile presidente Salvador Allende e degli altri martiri della libertà antifascisti e antimperialisti. In Cile è rifiorita la speranza di un nuovo inizio della storia del mondo, Essa può isterilirsi e rassomigliare a come l’ha effigiata Andrea Pisano nel Battistero di Parma mentre siede in attesa e alza vanamente le braccia verso una meta irraggiungibile, ma può, e noi diciamo: deve, divenire docta spes, speranza che non può essere delusa, la hegeliana “rosa della ragione” che riscatta “la croce del presente”. Perché questo cominci ad avverarsi, dipende da ciascuno di noi.

di Luigi Anzalone

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