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E così, giunta all’ultima curva di una nevrotica corsa a tappe la legislatura più pazza della storia torna al punto di partenza, con la riedizione dell’alleanza fra i due populismi, quello della destra leghista e quello di sinistra (ma è lecito dubitare sulla reale natura dei Cinque Stelle), e la ricomposizione dell’unità del centrodestra questa volta a trazione Meloni. Anche alla luce del pur ottimo discorso di congedo di Mario Draghi al Senato, è legittimo interrogarsi sui limiti delle risposte tecniche, anche di grande livello, alla crisi della politica che è crisi di cultura e di rappresentanza, e sulla opportunità di un accanimento terapeutico sul simulacro di una legislatura che aveva mostrato i suoi limiti già dodici mesi dopo il suo inizio. Da allora gli esperimenti “in corpore vili” si sono susseguiti, in nome di un’emergenza che ogni volta costringeva a sfuggire al confronto con una realtà che forse avrebbe suggerito di restituire anzitempo lo scettro al sovrano naturale, gli elettori, del cui giudizio non si deve temere. “Lo scioglimento anticipato del Parlamento è sempre l’ultima scelta da compiere – ha detto il Capo dello Stato – particolarmente se, come in questo periodo, davanti alle Camere vi sono molti importanti adempimenti da portare a compimento nell’interesse del nostro Pese”. Un anno e mezzo fa, Sergio Mattarella costatando l’esaurimento del Conte 2 aveva sì evocato l’opportunità del time out ma solo per poi spiegare che appunto l’emergenza, allora pandemica, sociale ed economica, suggeriva di concedere i tempi supplementari confidando nel senso di responsabilità dei partiti e nel prestigio e nella competenza del Presidente incaricato. Oggi il primo è venuto a mancare, e Draghi ha dato fondo inutilmente alle sue risorse, mentre la guerra in Ucraina ha aggravato il peso delle emergenze evidenziando ulteriormente la crisi della politica, non solo italiana ma europea e occidentale. Col risultato che la XIX legislatura rischia di affacciarsi su un abisso ben più insondabile di quello conosciuto cinque anni fa, quando un risultato elettorale incerto diede luogo ad alleanze innaturali, non preventivamente approvate dagli italiani, anzi neppure proposte dai partiti. I sondaggi dicono che questa volta non andrà così: l’alchimia delle alleanze dà già ora, sulla carta, un vincitore certo, e la breve campagna elettorale, ulteriormente dimezzata grazie alla sospensione agostana, non appare propizia ad un rovesciamento delle previsioni. Tanto più che mentre la destra è già partita in quarta (si vedano le interviste a raffica di Silvio Berlusconi) il fronte progressista tarda a coagularsi, preda dei tradizionali veti incrociati. Ma sul futuro pende un’altra incognita, frutto avvelenato della riforma del Parlamento voluta dai Cinque Stelle e improvvidamente avallata da un Pd che aveva perso il lume della ragione: le Camere che usciranno dalle urne del 25 settembre saranno composte da 400 deputati e 200 senatori, e il ridotto numero dei parlamentari moltiplicherà l’effetto maggioritario della legge elettorale in vigore (che il Pd si era impegnato a modificare) regalando forse alla coalizione vincente una maggioranza  non solo politica ma “costituzionale”, in grado cioè di modificare la Carta senza dover ricorrere al referendum popolare confermativo. Per la prima volta, insomma la Destra avrebbe i numeri per cambiare la Costituzione in senso antieuropeo, autarchico, presidenzialista, Così il salto all’indietro della Storia sarebbe completo.

di Guido Bossa

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