di Rosa Bianco
Ottant’anni di Repubblica non si celebrano soltanto attraverso le ricorrenze istituzionali, le date scolpite nella memoria nazionale o le pagine dei manuali di storia. Si possono celebrare anche attraverso la letteratura, tornando alle parole di quegli scrittori che hanno saputo attraversare il Novecento italiano e restituirne le ferite, le speranze, le contraddizioni.
È questa la prospettiva, alta e profondamente civile, dalla quale prende avvio al Centro di Ricerca Guido Dorso di Avellino, per lo studio del pensiero meridionalistico, il nuovo gruppo di lettura “Leggere l’alba della Repubblica a 80 anni dalla Costituzione”.
L’iniziativa, inaugurata venerdì 18 settembre con “Il sergente nella neve” di Mario Rigoni Stern, propone un itinerario che non intende soltanto rileggere alcune opere fondamentali della letteratura italiana, ma interrogare, attraverso di esse, il passaggio drammatico dall’Italia della guerra all’Italia della Repubblica.
La scelta di aprire il percorso con Rigoni Stern è particolarmente significativa. La ritirata di Russia del 1943, vissuta e narrata dal giovane sergente, entra nella pagina letteraria senza perdere la sua dimensione umana. Il gelo, la fame, la paura, la morte e la disperazione non vengono trasformati in una narrazione celebrativa della guerra: diventano, al contrario, la testimonianza concreta di quanto possa essere fragile l’esistenza quando l’uomo viene travolto dalla violenza della Storia.
E proprio nella condizione estrema emerge il valore della solidarietà. Il rapporto con i compagni, l’aiuto reciproco, la condivisione della sofferenza acquistano un significato che oltrepassa la vicenda militare e restituisce alla memoria una dimensione universale.
Rigoni Stern scrive della guerra per parlare, in definitiva, dell’uomo.
È questo il passaggio che rende il libro particolarmente significativo all’interno di un percorso dedicato all’alba della Repubblica. Perché la Costituzione italiana nasce anche dalla consapevolezza maturata attraverso una delle più drammatiche esperienze collettive del Novecento: la guerra, la dittatura, la persecuzione, la Resistenza, la perdita della libertà e la necessità di ricostruire, sulle macerie, un nuovo patto civile.
La letteratura diventa allora una straordinaria forma di memoria attiva.
Non si limita a conservare ciò che è accaduto: lo riconsegna alle generazioni successive affinché possano comprenderlo, discuterlo e sottrarlo all’oblio.
In questo senso, il percorso promosso dal Centro Guido Dorso possiede una particolare forza culturale. Guido Dorso, intellettuale meridionalista tra i più lucidi del Novecento, aveva posto al centro della sua riflessione il problema della formazione di una nuova classe dirigente e della responsabilità civile della cultura. Ritrovare oggi, nella sua casa di ricerca e di studio, un luogo nel quale la letteratura torna a essere occasione di confronto e di coscienza civile significa dare continuità a quella idea di cultura intesa non come esercizio astratto, ma come strumento di partecipazione e di crescita collettiva.
Il viaggio proseguirà con “Una questione privata” di Beppe Fenoglio, in programma il 16 ottobre, per poi attraversare “L’orologio” di Carlo Levi e “La ragazza di Bube” di Carlo Cassola.
Non è una successione casuale di titoli. È quasi una mappa della coscienza italiana: la guerra, la Resistenza, il dopoguerra, la ricostruzione, le tensioni politiche e sociali, la ricerca di una nuova identità nazionale.
Ogni libro aprirà una finestra diversa su un’Italia che stava imparando a diventare Repubblica.
E sarà proprio il confronto tra i lettori a rendere vivo questo patrimonio. Perché un gruppo di lettura non è semplicemente un luogo nel quale si commentano libri: è uno spazio nel quale le interpretazioni si incontrano, le esperienze si contaminano e la memoria individuale può trasformarsi in memoria condivisa.
In un tempo dominato dalla rapidità, recuperare la dimensione della lettura significa anche recuperare quella della riflessione. Significa concedersi il tempo necessario per comprendere che la Storia non è qualcosa di definitivamente concluso, ma una presenza che continua a interrogare il presente.
Il titolo “L’alba della Repubblica” possiede, in questa prospettiva, una forza evocativa particolare. L’alba non cancella immediatamente la notte: la attraversa. La luce arriva gradualmente, mentre le ombre restano ancora visibili.
È una metafora che ben si adatta all’Italia del dopoguerra: un Paese ferito che, dopo la tragedia, cerca una nuova strada e affida alla Costituzione il compito di indicare i principi fondamentali sui quali edificare quella nuova stagione.
Leggere oggi Rigoni Stern, Fenoglio, Levi e Cassola significa dunque tornare a quel passaggio cruciale della nostra storia non con lo sguardo celebrativo della ricorrenza, ma con quello più esigente della conoscenza.
E forse è proprio questo il merito più profondo dell’iniziativa del Centro Guido Dorso: trasformare la memoria in dialogo e la letteratura in uno spazio di cittadinanza culturale.
Perché la Repubblica non appartiene soltanto alla storia: appartiene anche alla coscienza di chi, ogni giorno, ne rinnova i valori attraverso la conoscenza, il confronto e la responsabilità della memoria.
E ogni volta che una comunità si ritrova attorno a un libro per interrogare il proprio passato, quella luce dell’alba torna, in qualche modo, ad accendersi.

