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L’antisemitismo non è mai stato sconfitto, il monito di Tagliacozzo agli studenti di Monteforte e Ariano

Un invito a riflettere sui pericoli legati a nuove forme di discriminazione. A lanciarlo questa mattina, al Polo Giovani, Nando Tagliacozzo, sopravvissuto al rastrellamento del ghetto di Roma “Perchè l’antisemitismo non è mai stato sconfitto. E’ stata sconfitta la Germania nazista ma non l’ideologia che ha condotto alla Shoa”. L’occasione è offerta dall’incontro con gli studenti dell’IC Aurigemma di Monteforte e dell’Ic Calvario Covotta di Ariano, dal titolo “16 ottobre 1943. “Il destino su un pianerottolo: storia di persecuzione e speranza”, inserito nel “Progetto Memoria”, fortemente voluto dalla dirigente dei due istituti Filomena Colella e coordinato dalle docenti Paola Romano dell’IC Aurigemma e Maria Carmela Grasso dell’IC Calvario Covotta di Ariano. Tagliacozzo, intervistato dal giornalista Alfredo Picariello, pone l’accento sulle gravi responsabilità degli italiani “Nessuno o quasi ebbe il coraggio di opporsi alle leggi razziali, pochissimi gli episodi di resistenza, il popolo italiano non mostrò alcuna solidarietà, quando gli ebrei furono cacciati dalle scuole o persero il loro posto di lavoro. Accettarono passivamente ciò che il governo fascista aveva stabilito. Solo 12 su 1200 docenti italiani scelsero di dire no al manifesto della razza”.

Rievoca con commozione la terribile data del 16 ottobre del 1943. “Avevo solo cinque anni. Venti giorni prima i tedeschi avevano chiesto ai capi della comunità ebraica di Roma di consegnare 50 kg d’oro ai soldati tedeschi, minacciando di deportarli. Nessuno si aspettava quello che sarebbe accaduto. Il rastrellamento coinvolse tutta la città, non solo l’ex ghetto. Le SS cercarono gli ebrei casa per casa. La famiglia Tagliacozzo viveva in due appartamenti vicini. I soldati bussarono a quello in cui abitavano mia nonna Eleonora, mio zio Amedeo e mia sorella Ada di appena 8 anni e li arrestarono. Fu solo un caso che non abbiano bussato alla nostra porta e che io sia sopravvissuto”.

Ricorda come “Io e mia madre ci rifugiammo nel convento del Sacro Cuore, mio padre fu tradito da un amico. Fu condotto a Regina Coeli, poi al campo di Fossoli e infine ad Auscwhwitz da cui non fece più ritorno”. Confessa come “Abbiamo atteso per anni, dopo la liberazione di Roma, che mia sorella e mio padre tornassero. Dopo qualche anno, abbiamo capito che non sarebbero tornati. Non c’è neppure una tomba a ricordarli, ma ogni pietra di Auschwitz è una lapide”. Mette in guardia sulla difficoltà di sradicare ogni forma di razzismo “Manca ancora oggi una cultura dell’accoglienza, facciamo fatica a comprendere le ragioni degli altri. Tanti i segnali inquietanti legati a nuove forme di discriminazione, a partire dall’antisemitismo che sta rinascendo. Dobbiamo chiederci il perchè”. Ricorda come uno degli errori all’indomani della Shoah sia stata la mancata epurazione dei fascisti. “Le democrazie devono garantire efficienza, è un aspetto ancora da mettere a punto nel nostro paese”. E invita i cittadini a far sentire la loro voce e a scegliere con attenzione i propri governanti.

Si sofferma sul silenzio di tanti testimoni “La memoria della Shoah è stata rimossa per cinquant’anni dal dibattito pubblico.  Tanti testimoni non parlavano perchè avevano paura di non essere capiti  o perchè il dolore era troppo, ma anche le autorità hanno dimenticato. Anche mia madre per anni non ha raccontato nulla, impegnata come era a risolvere problemi legati al quotidiano e al mantenimento della famiglia. Ma ricordo che, quando rifiutavo di mangiare, mi ripeteva sempre “Se tuo padre avesse avuto questo cibo non sarebbe morto”. Non ho mai dimenticato quelle parole”. Sottolinea che “quando si parla della Shoah troppo spesso si dimentica che e’ l’ultimo capitolo di una storia cominciata secoli fa. Quando arrivarono le leggi razziali, il popolo europeo era già assuefatto all’antisemitismo che caratterizzava, in particolare, l’Europa orientale. Tanti gli ebrei costretti ad esempio ad emigrare negli Stati Uniti per sfuggire alle discriminazioni tra fine Ottocento e inizio Novecento”.

La dirigente scolastica Filomena Colella ha ricordato come persecuzioni e violenza non siano mai la soluzione, di qui la necessità di educare le nuove generazioni a contrastare ogni forma di discriminazione “Gli allievi hanno riflettuto su come le guerre possano sconvolgere all’improvviso la nostra vita, privandoci di quanto abbiamo di più prezioso. Solo la memoria e la conoscenza sono lo strumento per costruire una società che garantisca giustizia e dignità a tutti gli esseri umani”.

A ribadire la necessità di aprirsi agli altri la professoressa Lori Cohen della Comunità ebraica di Napoli che ha ricordato come ancora oggi troppi siano i pregiudizi nei confronti del popolo ebraico, aiutando a decostruirli “Solo la conoscenza dell’altro ci aiuta a combattere discriminazioni. Il confronto con culture diverse è sempre un arricchimento”. Quindi ha illustrato la ricchezza della cultura ebraica, tra tradizioni, simboli e feste, a partire dalla Pasqua che ricorda la fuga del popolo dall’Egitto e dunque la conquista della libertà. A partecipare alla manifestazione il vicario del questore Francesco Moretta, il commissario del Comune di Monteforte Salvatore Guerra, il vescovo di Ariano Sergio Melillo, il comandante della stazione dei Carabinieri di Monteforte Michele Marcucci. Bravissimi gli alunni dei due istituti che hanno proposto il loro “Baule di ricordi” tra versi e canzoni, facendo rivivere l’orrore delle leggi razziali. Preziose le scenografie realizzate dagli allievi con il coordinamento della professoressa Katia Lazzeri.

 

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