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Le ferite sociali e il grido del terzo settore

A fronte di un deludente quadro del dibattito elettorale in corso, credo sia necessario a non fermarci per considerare in modo isolato le singole misure che vengono progressivamente presentate da parte dei leader politici, più o meno riuscite dal punto di vista comunicativo, per far breccia nel mare di proposte facili e non sostenibili. Non fermarsi non significa abbandonare il campo delle proposte più urgenti che provengono dal grido di allarme del tessuto sociale, complessivamente inteso, quello più drammatico che afferisce alla stratificazione sociale più povera, stretta ultimamente dalla tenaglia delle bollette della luce e del gas e dai rincari dei beni più elementari. Forte è apparso il grido del Terzo Settore che, nella scorsa settimana, con un significativo documento, ha sfidato i partiti nel corso di un dibattito con 12 esponenti del mondo politico, sottolineando la necessità di ascoltare e sostenere il ruolo delle associazioni. In particolare l’appello del Terzo Settore è stato quello di mettere nell’agenda politica e programmatica, subito e nel futuro, la parola d’ordine della solidarietà. L’invito del Forum ha indicato la concretezza come la via maestra per caratterizzare lo sforzo di un Paese dove le ferite sociali si allargano sempre di più e il sistema pubblico di welfare non riesce più a tamponarle. Il documento ha evidenziato l’aggravarsi delle disuguaglianze a causa di un investimento solo dello 0,7% del Pil, dei servizi sociali territoriali, a fronte di una media europea del 2,5%. Sei le direttrici di lavoro condiviso indicate per contrastare la povertà e le disuguaglianze: riforma del reddito di cittadinanza, sostegno di salari e di un’occupazione non precaria, netto no all’autonomia regionale differenziata, benessere equo e solidale, razionale transizione ecologica e digitale. Fondamentali per il Terzo Settore restano gli obiettivi della pace in Europa, del dialogo e dell’accoglienza sostenuta da efficaci interventi di integrazione lavorativa, culturale e sociale: siamo in un Paese a bassissima natalità dove sono inammissibili barriere anche di tipo ideologico. Nel quadro di questo pressing va sottolineata l’iniziativa Caritas-ACLI per l’approvazione subito della legge delega per l’assistenza delle persone non autosufficienti, a cominciare dall’aumento dell’assegno di accompagnamento, fermo a 528 euro mensili. Urgente anche, una più efficace regolamentazione della questione delle badanti: serve un provvedimento organico nazionale e il relativo iter formativo per rendere equo e solidale il lavoro di una categoria di persone ancora disomogenea. È auspicabile, dunque, che tutti, votanti e non votanti, che rivolgono a sé stessi questa domanda: quale futuro pensiamo di costruire per l’Italia? Rivolgiamoci, con partecipazione attiva e responsabile, ai livelli istituzionali e all’intera società civile. Facciamolo coralmente come quando era in crisi il governo Draghi, non per difendere una parte politica, ma per la fondata preoccupazione nei confronti dell’intera comunità nazionale. Quella esperienza d convergenza e di condivisa preoccupazione – oltre duemila sindaci di diversa appartenenza politica, organizzazioni sindacali, mondo della scuola, università e Terzo Settore – potrebbe tradursi nel primo passo per la nascita di un nuovo risorgimento culturale e politico, attraverso la promozione di un soggetto politico – non un nuovo partito – capace di esercitare una concreta e costante forza negoziale per la soluzione di emergenze vecchie e nuove che la partitocrazia italiana, non ha voluto attuare, da oltre trenta anni.

di Gerardo Salvatore

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