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Le Invisibili protagoniste, nello studio di Pellizzari sguardi di genere nella storia sociale e culturale

La passione per la storia caratterizza l’ultima produzione letteraria di Maria Rosari Pelizzari. Un testo colto, che attraversa le coscienze, modifica l’io personale in un sé capace comprendere ogni cosa in una ideazione intellettuale incessante. La suggestione del libro è già nel titolo – Invisibili protagoniste. Sguardi di genere nella storia sociale e culturale, FrancoAngeli s.r.l., Milano 2026-, lo spazio frequentato del visibile non scorto, il linguaggio non affidato alla parola, ma ad una percezione, taciuta e mai pienamente enunciata. In un continuo rincorrersi di immagini e personaggi, Maria Rosaria Pelizzari lascia affiorare avvenimenti, emozioni, sensazioni, in una visione bergsoniana del tempo. Se per Elliot «Il presente e il passato sono entrambi presenti nel futuro e il futuro è racchiuso nel passato», per Maria Rosaria Pelizzari «[…] La Storia non insegna, come comunemente si dice, ma aiuta a capire meglio il presente facendoci intravedere qualche possibile futuro […]». Un tempo storico sospeso tra mito e realtà con personaggi che incrociano i loro destini, una storia di emancipazione femminile che si svolge in un passato che qualcuno continua a ritenere importante, perché presupposta su persone e fatti capaci di segnare un momento, uomini e donne senza alcuna pretesa, eroi inconsapevoli di un’avventura umana dai risvolti imprevedibili.

Per la studiosa salernitana l’espressione invisibili protagoniste comprende necessariamente due concetti in una condizione di contrasto: l’invisibilità e il protagonismo. Racchiude «[…] figure lontane dai riflettori, spesso perché storicamente marginalizzate. Figure rimaste nell’ombra, talvolta a causa di pregiudizi sociali, discriminazione di genere o mancanza di rappresentanza storica e, pur essendo state interpreti del cambiamento, sono state sistematicamente escluse dalla storia ufficiale o dal riconoscimento pubblico […]». È quella umanità di confine con minoranze che gravitano su orizzonti impossibili, il cui fondamento si rivela imprescindibile per uno svolgimento storico, poco provato. Gli invisibili protagonisti non sono il frutto di una storia di frontiera, ma una voce unica che non rifiuta la complessità dell’insieme, esistenze refoulèe di un tutto che pensa con lo stesso cervello, parla la stessa lingua, avverte sentimenti comuni. Per la Pelizzari l’inferiorità femminile non è un processo naturale, bensì un fenomeno di natura storica e culturale.

E non è un accadimento scontato se nella Querelle des femmes viene compresa una ben definita indagine storica, adoperata nel Novecento per definire il dibattito intellettuale, originatosi in Francia, e sviluppatosi in Europa fra il XIII e il XVIII secolo, sulla parità o meno dei sessi. L’analisi storica offertaci dalla studiosa è avvertita come un bisogno a cui non si sottrae, realizza un percorso ideale al cui interno far confluire le passioni, gli amori, lo sforzo di chi cerca disperatamente di abbandonare la precarietà della propria esistenza. Il pragmatismo della scrittrice non si esaurisce nel racconto di eventi riconducibili a momenti diversi. Va ben al di là dell’aspetto letterario e ignorarlo equivale a confinare nell’invisibilità uomini e donne che si servirono della scrittura per i bisogni quotidiani, lasciando poche tracce di sé. Quella offerta dalla Pelizzari è una scrittura che, senza odorare di lucerna, si presenta raffinata ed elegante. Con una straordinaria ricchezza lessicale e una non comune conoscenza della storia, riesce a semplificare concetti e fatti che, altrimenti, risuonerebbero tediosi.

La cultura illuminista, a sentire Dominque Godineau non riesce ad annullare il pregiudizio dell’inferiorità femminile. Vi è una differenza notevole tra lo sviluppo intellettuale e in alcuni casi sociali delle donne e l’immagine che il secolo dei lumi continuava a dare di esse. La donna rimane fuori da quel processo evolutivo di cui l’illuminismo si propone come un convinto assertore. La ragione adulta, liberata da elementi suggestionanti, è al tempo stesso protagonista e meta della modernità. Per Montesquieu «La ragione non si accompagna mai […] nella donna alla bellezza. Quando la bellezza vorrebbe dominare, la ragione glielo impedisce; quando la ragione potrebbe dominare, la bellezza è svanita […]». Verso la fine degli anni Settanta del secolo scorso il dibattito sul Rinascimento femminine provocato da Joan Kelly sollecitò diverse risposte. Se da un lato, fu riconosciuto un inasprimento delle condizioni di vita delle donne, dall’altro, si ammise che nel contesto religioso esse conseguirono funzioni pubbliche rilevanti. Caterina da Siena è la figura imprescindibile per comprendere la religiosità femminile del Rinascimento e della prima Età moderna. Il modello a cui le donne guardavano imitandone l’ascetismo.

Nel mutamento dei tempi, della cultura e della religione, pur persistendo il preconcetto della misoginia, non viene meno il desiderio di conoscere da parte del mondo femminile. La donna-eroe di Maria Rosaria Pelizzarri ricorda da vicino l’uomo di Fontamara, che si batte per un’idea, trasforma la sua battaglia in un motivo severo, di divisione e celebrazione ideale allo stesso tempo. L’eroicità vive nel carattere femminile delle due protagoniste. Eleonora de Fonseca Pimentel e Luisa Sanfelice vivono la coniugazione degli opposti. La prima, virile compagna dei patrioti napoletani, per dirla con Benetto Croce, l’altra martire involontaria. Entrambe muoiono per mano del boia. Ma non è tanto l’ardore della piazza a definire le diversità caratteriali delle due donne, quanto le modalità della morte che si rivelano imprescindibili per una ricostruzione puntuale «[…] del profilo con cui si forma il racconto delle virtù eroiche […]». Per la studiosa l’eroe si definisce nell’attimo stesso in cui la sua vita si carica di elementi simbolici funzionali a definirne l’unicità.

La sublimazione dell’ideale patriottico è racchiusa tutta nell’atto estremo vissuto dalla prima, che sorprende i suoi carnefici con la singolare richiesta di bere il caffè prima di salire le scale del patibolo. Questo gesto contribuisce ad amplificare il fascino del personaggio il cui significato risiede, forse nel bisogno di acquistare un’audacia maggiore, o forse, perchè con quella richiesta vuole trasmettere l’immagine rafforzata nel suo valore eroico mostrandosi sul patibolo nel compimento di un gesto riconducibile a qualcosa che non le sarebbe appartenuto mai più: la regolarità dell’essere. La seconda esalta nel martirio la fragilità del suo sesso. Figura inquieta quanto controversa, non incarna l’ideale della donna forte come la Pimentel e non cerca sicuramente la morte come momento estremo per consegnare al tempo il messaggio dell’etica giacobina, ma cerca disperatamente di salvarsi. La morte fa di questa repubblicana per amore, la salvatrice della patria, come scrisse di lei il Monitore Napoletano, ma solo per una strana bizzarria della storia. E martire lo è stato sicuramente, a prescindere dalla consapevolezza della sua azione.

L’ultima sezione del libro è riservata alla costruzione di figure femminili fuori dagli schemi tradizionali. Donne bordeline, come le definisce Maria Rosaria Pelizzari. Donne briganti, che indossano abiti maschili, hanno un rapporto con la violenza riconducibile ad atteggiamenti maschi. In questo caso la connotazione femminile è determinante nella sua identità altra, specie per la prerogativa sessuale. All’interno del brigantaggio la presenza delle donne può diventare oggetto di indagine storiografica secondo le categorie dei Gender studies «[…] come modello interpretativo dell’incontro delle donne con la ribellione e la violenza in determinati contesti sociali e congiunturali […]» nell’attimo stesso in cui si pongono le premesse per l’industrializzazione del Paese. Tuttavia, è innegabile che ci troviamo all’interno di un cambiamento che lascia immaginare l’arrivo di un nuovo concetto di umanità. Rainer Maria Rilke, poeta e scrittore praghese di formazione mitteleuropea, all’inizio del Novecento auspicava la trasformazione del rapporto tra i due sessi in una relazione tra due individualità, non più connotate da diritti e doveri differenti ma perfettamente pari. Invisibili protagoniste. Sguardi di genere nella storia. sociale e culturale è un viaggio che ci porta lontano, invita l’uomo a trasformare l’utopia in realtà e fare proprio l’avvertimento di Eraclito di Efeso: Se non speri, non troverai l’insperato.

Vincenzo Di Lalla

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