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Tre anime convivono nel centrodestra, Giorgia Meloni è fuori dal governo Draghi e definisce la sua un’opposizione patriottica e al momento viene premiata dai sondaggi in crescita. Forza Italia ha un’unica arma: difendere la sua caratura moderata e liberista sperando di far breccia in un elettorato centrista. Salvini e la Lega governano ma al contempo perdono consensi rispetto a poco tempo fa. Una situazione stabile da quando è nato il governo Draghi e che riflette un andamento molto diverso rispetto a quando la coalizione è nata. Il centrodestra in Italia per anni ha avuto in Berlusconi il “sole” della coalizione e intorno a lui giravano gli altri partiti satelliti: Lega, An, Udc. Adesso tocca agli ex “comprimari” disputarsi la nuova leadership ed infatti Ignazio La Russa, che è stato un colonello prima con Fini e oggi con la Meloni, la mette giù con una punta di ironia “si tratta di mancata elaborazione del lutto. Come talvolta accade nei grandi amori che si spengono: in Forza Italia non hanno accettato il declino, l’essere terzi dopo aver a lungo dominato, e Salvini da parte sua soffre, non elabora, la concorrenza di Giorgia, che è ormai è quasi ad un passo dalla Lega”.  Analizzando gli attuali leader è evidente che Berlusconi non ha mai voluto lasciare alcuna eredità oltre sé stesso e per questo in Forza Italia è cresciuta una classe dirigente ma nessuno in grado di prendere il posto del fondatore.  Al contrario nella destra Giorgia Meloni punta chiaramente a guidare tutta la coalizione, un’operazione che a Fini non è mai riuscita. Nella Lega, Salvini è riuscito ad andare oltre il perimetro dei consensi di Bossi e oggi guida un partito con più leader dove hanno un grande peso il governatore del Veneto Luca Zaia che incarna l’anima degli amministratori e poi il ministro Giancarlo Giorgetti che ha un rapporto stretto con Draghi e ha il disegno di portare la Lega all’interno dei popolari europei. Proprio Giorgetti e Zaia hanno avuto un ruolo determinante nel decidere il sostegno a Draghi facendosi portavoce della base elettorale leghista del Nord produttivo che già si era schierato con l’attuale premier. Salvini è insomma un leader forte ma non solitario mentre più salda nel suo partito è la guida di Giorgia Meloni che come ricorda Mattia Feltri aveva 18 anni quando “il Msi si trasformò in Alleanza nazionale nel 1995. La falange del Msi, il partito che, escluso per quarant’anni da speranze di governo esauriva la sua esistenza nelle sezioni, si liberò nel mondo. Ce lo ricordiamo bene come quei leader fin lì relegati nell’impresentabilità, da Gianfranco Fini in giù, scoprirono la Luna come Ciaula. Si annodarono cravatte di seta e impararono a stare a tavola, almeno le basi. Ognuno per sé e per un altro cin cin. Insomma, guardatelo questo nuovo partito della destra, non più liberale del Msi, parecchio più incolto, che si nutre del vigore di Meloni e basta”.  Eppure l’obiettivo di Salvini e Meloni è quello di puntare alla vittoria del centrodestra alle prossime politiche ma qui cominciano i problemi. Salvini teme il sorpasso della Meloni e per questo guarda con favore alla federazione con Forza Italia che per alcuni è un’annessione e ha un comportamento di lotta e di governo all’interno dell’esecutivo perché non vuole lasciare tutta la prateria dell’opposizione alla destra che sogna dopo 26 anni il primato nella coalizione. Il punto è che la Meloni rischia, se non struttura il partito e non crea una vera classe dirigente, di vivere politicamente solo per sé stessa e di sprecare così l’ennesima occasione di un leader che non riesce a salvarsi dalla successiva decadenza.

di Andrea Covotta

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