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di Mino Mastromarino

Quello della felicità sociale, è un tema (fin troppo) ricorrente.

Gli Stati Uniti hanno concepito (addirittura) il diritto alla felicità, insinuandolo nella dichiarazione d’indipendenza del 1776. Non poteva mancare – anche e ovviamente – la giornata mondiale della felicità, istituita dall’ONU nel 2012 per il 20 marzo. La Organizzazione, onusta di ingenuità, proclamava che “la ricerca della felicità è uno scopo fondamentale dell’umanità”, dovendosi perseguire “ un approccio più inclusivo, equo ed equilibrato alla crescita economica che promuova lo sviluppo sostenibile, l’eradicazione della povertà, la felicità e il benessere di tutte le persone”.

Secondo il recentissimo studio della Gallup (l’autorevole agenzia statunitense per sondaggi d’opinione internazionali), a livello mondiale la percezione di soddisfazione e felicità è in costante aumento: il che sarebbe dipeso in larga parte dal miglioramento del tenore di vita nelle economie emergenti dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina. Al contrario, continua il trend negativo dei Paesi occidentali (Australia compresa): negli ultimi vent’anni, il numero di persone soddisfatte negli USA è sceso dal 70% al 49%. In Europa, invece, si è passati dal 55% al 42%.

L’aumento dell’ infelicità sembra quindi collegato all’ingravescente declino economico dell’Occidente. Infatti, senza “un adeguato capitale economico, culturale e relazionale, a crescere sono la solitudine, la depressione e lo stress legato alle performance richieste”. Sarebbe questo il ‘male sottile’ che sta aggredendo le società occidentali: l’insoddisfazione diffusa alimenta la sfiducia nelle istituzioni e nelle élite, fomentando derive populiste con negazione del dialogo sociale. Alla fine del sondaggio, però, si ammette con insopportabile dose di ovvietà che “non è sufficiente vivere in case confortevoli o avere redditi elevati: il benessere umano dipende in larga misura dalla capacità di stabilire e mantenere legami affettivi solidi. Le famiglie e le reti di prossimità, come gli amici, i vicini e le associazioni, sono un potente antidoto alla solitudine e alla frammentazione sociale”.

Insomma, basta o non basta la sicurezza finanziaria a rendere ‘felice’ una comunità ? Il cortocircuito di questo tipo di ricerche è annunciato dall’uso improprio e onnicomprensivo della parola ‘capitale’. Si capisce immediatamente cos’è il capitale economico. Non altrettanto, il capitale culturale e il capitale relazionale. Tra economia, da una parte, e relazione affettiva nonchè cultura, dall’altra, vi è un’irriducibile contraddizione.

La questione della felicità collettiva è dunque oziosa perché scorrettamente impostata.

Innanzitutto, soddisfazione non è sinonimo di felicità. La pretesa di indagare e rilevare il grado di benessere collettivo è velleitaria, perché già è arduo, se non impossibile, definire in cosa consista la felicità dell’individuo; e poi perchè non esiste alcun elemento di riscontro scientifico o empirico che autorizzi la trasposizione di uno stato di grazia del singolo ( di per sé, di incerta origine) in capo a un gruppo ovvero a una collettività umani. E’ una trappola cognitiva che, anche irrazionalmente, riemerge nella storia mondiale, spesso prona a obiettivi politici di basso profilo. Il male di vivere, che è il contrario della felicità, aggredisce esistenze pur guarnite da successo professionale, da sicurezza economica, da relazioni affettive stabili. E pur protette da libertà e uguaglianza collettive. Il limite di ogni scienza sociale, come la sociologia dei sondaggi, è proprio l’indisponibilità di un metodo affidabile per cogliere il rapporto-tensione tra persona e società.

Non sarà che l’emarginazione del trascendente e della dimensione religiosa sia avvenuta troppo frettolosamente ( e stupidamente) ? E che si fatica a riconoscere, specialmente nei circoli dell’oltranza progressista ?

Quando si afferma l’insufficienza del denaro a proteggerci dalla solitudine, quindi dall’infelicità, ci si dovrebbe ricordare della insensata demolizione della famiglia, dei legami familiari e delle relazioni gratuite. E, naturalmente, dei Soggetti collettivi ( le Religioni ) che storicamente hanno salvaguardato la trascendenza indispensabile a evitare la crisi di senso, che oggi, invece e proprio per l’assenza del sacro, minaccia di avvizzire l’Occidente e in particolare l’Europa.

 

 

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