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L’Iran e la speranza di una transizione pacifica alla vita democratica

di Virgilio Iandiorio

Sabato scorso 14 febbraio si è svolta a Monaco di Baviera una grande manifestazione contro il governo dell’Iran che sopprime i cittadini inermi, scesi per le strade delle città del loro paese a protestare contro il mal governo della leadership della Repubblica Islamica.

La città di Monaco non era stata scelta casualmente per la protesta. Nella città bavarese, infatti, si teneva la 62° edizione della Conferenza sulla Sicurezza. Le migliaia di persone scese in piazza in sostegno dei cittadini iraniani, che patiscono soprusi di ogni genere dal proprio governo, hanno sperato che un qualche ausilio venisse dato dai governi degli altri paesi del mondo ai cittadini iraniani, che protestano.

Manifestazioni analoghe a quella di Monaco, per chiedere un’azione internazionale contro Tehran, si sono tenute anche a Toronto e a Los Angeles.

Gli iraniani sanno bene che il problema non è soltanto quello di rovesciare l’attuale loro governo, ma anche quello di una transizione pacifica e fruttuosa alla vita democratica. Il caso recentissimo del Venezuela ci dice qualcosa in merito.

Sembra di ritornare indietro di molti secoli, o meglio ai sec. VII e VIII, quelli che fecero seguito alla conquista araba dell’Iran. Nel libro TWO CENTURIES of SILENCE di Abdolhossein Zarinkoob pubblicato nel 1957 e tradotto in inglese da AVID KAMGAR nel 2016, il nostro autore descrive la situazione che si era venuta a creare in Iran:” Negli anni che precedettero l’invasione araba, l’esercito ribelle e il clero corrotto non si curarono minimamente del paese e non avevano altra intenzione che quella di ricercare profitto e piacere. Gli artigiani e i contadini, che portavano il gravoso fardello di provvedere alle élite, non avevano nulla da guadagnare dal difendere lo status quo”.

Se la necessità o lo scoraggiamento, lo sconforto hanno spinto gli iraniani a scendere in strada con tutti i pericoli che ne derivano per la loro vita, non si può rimanere in silenzio. Non si può fare come fece quel professore, che allontanatosi per un qualche motivo dalla classe, al rientro trovò disegnato un bel c… sul suo registro; di corsa subito dal dirigente a denunciare il fatto. “Dove è stato disegnato il c..?” chiese il dirigente. “Sul mio registro” rispose il professore. “E allora sono c.. tuoi” fu la risposta.

Non si può fare finta di non sentire e di non vedere, o, peggio, sentire quello che si vuole sentire e vedere quello che si vuole vedere. Il nostro tempo ci sta abituando a pensare una cosa, a dire un’altra e a farne un’altra ancora.

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