di Anna Bembo
Oggi il Paese si ferma. Ogni binario occupato, ogni lezione sospesa, ogni porto bloccato è un atto di coscienza collettiva che rifiuta il silenzio e la complicità di fronte al massacro in corso a Gaza. L’obiettivo non è quello di creare disagi ma ricordare che davanti a un genocidio, la vita di chi vive nella parte incolume del Mondo non può scorrere tranquillamente sotto gli occhi della noncuranza. La solidarietà con il popolo palestinese non è più una bandiera ideologica ma un dovere umano.
Lo sciopero generale indetto dall’Unione Sindacale di Base e dai sindacati di base non è una semplice interruzione del lavoro: è una presa di posizione chiara. Il Paese reale non è disposto a tollerare in silenzio lo sterminio di un popolo. Dalle piazze di Napoli e Milano ai porti di Genova e Livorno, dai docenti agli studenti universitari, la protesta si è allargata come un’unica voce che dice basta. Basta armi, basta silenzi, basta complicità.
È il dire “non in nostro nome” mentre migliaia di civili continuano a morire, mentre le bombe cancellano intere comunità e i governi occidentali restano immobili, o peggio, complici. Mentre il governo continua a girarsi dall’altra parte, scegliendo la via dell’indifferenza o della complicità, migliaia di lavoratori, studenti, insegnanti, portuali e cittadini hanno deciso di fermarsi.
Scioperare è giusto perché la neutralità, oggi, non esiste. Chi resta indifferente legittima la violenza. Chi continua come se nulla fosse contribuisce all’anestesia sociale che paralizza la nostra coscienza. Fermarsi significa rompere questo torpore, ricordare che la vita e la dignità di un popolo valgono più di un giorno di lavoro, più di un treno puntuale, più di un porto operativo.
Le scuole e le università, in particolare, hanno scelto di esserci. “Non possiamo insegnare la giustizia e restare indifferenti di fronte a un genocidio”, sostengono i docenti che aderiscono all’iniziativa, ricordando che educare significa anche insegnare coraggio, solidarietà, empatia. È un segnale che la scuola non è una torre d’avorio, ma una comunità viva che coltiva coscienze critiche.
Le piazze, i porti, le stazioni bloccate non sono segni di vita. Sono la prova che il popolo italiano non accetta di restare complice. Oggi la direzione è chiara: da una parte i governi che tacciono, dall’altra una comunità che si alza in piedi e guarda verso la giustizia.
Scioperare oggi significa non voltarsi dall’altra parte. Significa schierarsi. Significa affermare che un altro mondo è possibile, e che il popolo palestinese non è solo. Fermare l’Italia per un giorno è il minimo che possiamo fare per gridare al mondo intero che la giustizia non si sospende, e che la pace non è un privilegio, ma un diritto.
La vita viene prima del profitto, la giustizia prima degli affari, la pace prima delle armi. Bisogna rompere l’anestesia sociale che troppo a lungo ci ha resi spettatori muti, e trasformarsi in una comunità capace di reagire. Non è solo uno sciopero, è un atto di dignità. È la certezza che non possiamo fermare le bombe, ma possiamo far sentire che c’è un’Italia che sceglie da che parte stare.




