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L’universo di Vallifuoco tra terra e cielo, favola e astrazione di scena a Montefredane

di Rosa Bianco

Nel cuore della tradizione mediterranea, tra simboli arcaici e risonanze contemporanee, il maestro Vallifuoco ci conduce in un viaggio artistico che sfida l’immagine per risvegliare l’immaginario.

In occasione della Rassegna dedicata alla Natura “Letture, Natura e Sapori in Festa!”,  ospitata a Montefredane dalla Tenuta Ippocrate, abbiamo incontrato e intervistato Gennaro Vallifuoco, artista campano di raro spessore, autore di un linguaggio pittorico che attinge alla memoria collettiva mediterranea per farsi racconto simbolico, spirituale, sensoriale. Dalle allegorie dei mestieri a Pulcinella come icona del tempo, fino alla figura archetipica della Mater Matuta, le sue opere intrecciano terra e cielo, favola e astrazione, in un equilibrio poetico profondamente umano.

Il tuo stile artistico intreccia profondamente la tradizione mediterranea con una visione contemporanea. In che modo questo dialogo tra passato e presente si riflette nel tema della Natura che hai scelto di esplorare per questa rassegna?

Il mio linguaggio visivo nasce dall’esigenza di coniugare la memoria della cultura mediterranea in senso ampio, estesa a tutto il bacino, con la ricchezza dell’osservazione diretta della cultura contadina, della tradizione popolare, della memoria favolistica. Questo impianto immaginario è la mia fonte primaria di suggestioni, che traduco in un linguaggio il più possibile accessibile e comprensibile, pur restando ancorato ai codici dell’immaginario originario. Il mio obiettivo è custodire questi segni archetipici, rendendoli ancora significativi per l’uomo contemporaneo.

La tua esposizione si inserisce nell’ evento finale della Rassegna alla Tenuta Ippocrate, dedicata alla Natura “Ode alla frutta”, che celebra la frutta come simbolo di fertilità, salute e armonia con la terra. In che modo le tue opere traducono visivamente questi concetti?

 Il tema della fertilità è centrale nel ciclo di opere presentato e si sviluppa attraverso l’allegoria dei mesi. Al centro di ogni composizione, ispirandosi agli almanacchi contadini, c’è la figura di Pulcinella, rappresentato nella figura centrale grande come le icone di tipo medievale e tutta la simbologia circostante e i colori dei paesaggi in realtà celebrano il ciclo della natura di rigenerazione continua in una splendida alternanza di luce e ombra, diventando emblema del mestiere e delle colture caratteristiche di ciascun mese. Queste opere, concepite come vere e proprie icone, evocano la ciclicità della natura, l’alternarsi delle stagioni e dei sentimenti ad esse legati: speranza, rinascita, rigenerazione.

Le allegorie dei mestieri che emergono nelle tue opere richiamano fortemente le rappresentazioni del presepe napoletano. Ce ne puoi parlare?

È proprio così. Le allegorie dei mestieri sono una sorta di “sacra rappresentazione” fissa, simile a quella che ritroviamo nel presepe tradizionale napoletano. Ogni personaggio rappresenta non solo un lavoro, ma un’intera dimensione simbolica. Per esempio, nel mese di dicembre ho inserito il pescivendolo. Questo ciclo nacque da una committenza di un’azienda farmaceutica napoletana, che mi chiese di rappresentare l’anno attraverso queste immagini: da lì nacque un calendario meraviglioso.

Quale ruolo ha oggi l’arte visiva nel contesto contemporaneo e come la tua ricerca pittorica si rapporta al linguaggio dell’astrazione?

Oggi non possiamo più confinare l’arte esclusivamente all’interno delle arti liberali classiche. L’espressione artistica ha assunto forme molteplici. Io credo che l’arte debba inseguire la meraviglia, riscoprire la profondità del pensiero e dell’anima, superando il concetto statico dell’immagine. Siamo immersi in un eccesso di immagini superficiali, che ci impediscono di accedere all’immaginario vero. Per questo auspico una “rivoluzione intimista”: recuperare la riflessione, la profondità, la dimensione interiore. E in pittura, è l’astratto a rappresentare il linguaggio più prossimo all’anima.

 Qual è stato il tuo rapporto con la Tenuta che ospita questa rassegna? Ha influenzato il tuo approccio artistico?

Più che influenzare le opere già realizzate, la Tenuta ha avuto un ruolo centrale nell’ispirare una produzione contestuale e successiva. Ma soprattutto è stato l’incontro con i proprietari il dott. Rocco Fusco e la dott. ssa Antonella Perrino, custodi autentici di questo luogo straordinario, ad accendere qualcosa in me. Qui ho ritrovato una dimensione intima, profondamente umana e sensoriale. La mia ricerca artistica è multisensoriale: visiva, percettiva, olfattiva. Questo luogo, ricco di natura e vibrazioni, ha esaltato tutto ciò. Per l’inaugurazione ho voluto realizzare un’opera dedicata proprio a Rocco e Antonella, protagonisti di un sogno che si è concretizzato grazie alla loro passione. L’affetto e la partecipazione delle persone presenti testimoniano che quel sogno ha preso forma.

 Una delle tue opere più suggestive è la Mater Matuta, esposta in maniera permanente nello studio del dottor Fusco. Ce ne puoi parlare?

La Mater Matuta appartiene a una fase recente della mia ricerca più riferibile a una espressività contemporanea, dove ho intensificato l’esplorazione del segno, rimanendo però legato all’archetipo femminile della cultura mediterranea. In particolare, questo soggetto si rifà all’antica Capua, dove la Mater Matuta — divinità della Terra, della fertilità, della maternità — era oggetto di culto. Queste figure votive, spesso rappresentate con dodici bambini, sono vicine alla simbologia solare e alla figura della Grande Madre, a metà tra la Madonna col Bambino e la dea Demetra. Ho cominciato a lavorare su questo tema anni fa con Roberto De Simone, per una scultura scenica e l’ho poi sviluppato anche in dialogo con artisti come Mario Schifano. La Mater Matuta è, in fondo, una rappresentazione della Madre Terra, ed è perfettamente in sintonia con lo spirito della Tenuta.

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