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I clamorosi tonfi del M5S alle europee e nelle ultime competizioni elettorali si aggiungono non casualmente ai tradizionali insuccessi nelle elezioni amministrative locali. Fino al crollo alle regionali umbre (e ai dubbi su una lista M5S alle regionali emiliane). Essi ripropongono dei dilemmi angoscianti per la dirigenza pentastellata. Si tratta di frutti nefasti di errori, e quindi di incidenti di percorso rimediabili? Oppure sono conseguenza di insufficienze strategico – strutturali? In questo caso il declino del Movimento, nel periodo medio-lungo, sarebbe inevitabile, in assenza di cambiamenti profondi. Di cui non c’è traccia. Una analisi non preconcetta degli errori commessi e dei peccati originali della creatura grillina induce a ritenere che sarà davvero dura, ammesso che sia possibile, recuperare il terreno perduto. Le sconfitte dopo lo straordinario risultato di un anno e mezzo fa – quasi undici milioni di voti, il 32,68% alla Camera e il 32,22% al Senato – appaiono finora sottovalutate. E tradotte solo nella paura di perdere i seggi conquistati. E perciò in una istintiva avversione verso le elezioni anticipate. Anche a costo di ridurre le spinte verso il cambiamento del sistema, secondo l’ obiezione non del tutto infondata che viene avanzata da una parte importante del M5S nei confronti del capo politico.

Il bilancio del M5S al governo appare molto contradittorio. L’inizio era stato promettente, per un forza che si affacciava all’orizzonte politico favorendo la partecipazione di una classe dirigente giovane. La rinuncia ai doppi incarichi. E lo stanziamento dei risparmi a un fondo per le piccole imprese. Poi troppe contraddizioni (Torino- Lione, il Tap pugliese, il Terzo valico, il salvataggio della Carige, il caso-Autostrade, ecc. fino al bubbone ILVA), non coerenti con alcun disegno generale e per giunta poco spiegate. Infinite contorsioni hanno disorientato l’elettorato pentastellato. E cucito addosso al movimento il vestito di forza contraria allo sviluppo e favorevole a una presunta decrescita felice. Molti dei propositi sbandierati, come la crociata contro la lottizzazioni nella Rai-Tv e le prediche contro gli incarichi ai trombati sono stati clamorosamente contraddetti dai fatti. Inoltre, troppe occasioni perse o colte con molto ritardo! Come la riduzione dei parlamentari, realizzata solo ora. Quando altre cose sono al centro degli interessi degli italiani. Essa produrrà, a fronte di risparmi risibili, risultati infinitamente negativi. Soprattutto per i piccoli territori, i cui abitanti – con la grande estensione dei collegi – vedranno il loro parlamentare solo in foto! A Di Maio – capo sottoposto però alla supervisione di Grillo – possono essere imputate troppe carenze nella leadership. Molte inutili gradassate, come la abolizione dichiarata della povertà. Scelte solitarie imposte senza discussione. E con minaccia di espulsione. Incapacità di ascoltare le proteste e di proporre un valido modello di gestione collettiva. Superficialità nel non andare a fondo delle questioni. Soprattutto oscillazioni di linea troppo vistose. Conseguenza della mancanza di tenuta politica. Di una visione organica dei problemi. E di una chiara direzione di marcia. Aggravata dalla sua assurda abitudine, ancora oggi, di concepire una coalizione come luogo di concorrenzialità politica esasperata. E non, invece, come strumento di collaborazione!

Vi sono, tuttavia, anche ben altri nodi. L’incontrollata influenza di Grillo. La non contendibilità della leadership. Il ruolo oscuro del sistema Rousseau. La selezione dei dirigenti tra diffidenze e sospetti. E soprattutto la assurda pretesa di non essere né di destra né di sinistra. Ormai una pesante palla al piede strategica. Eppure, la disastrosa (per il M5S) esperienza del governo con la Lega avrebbe dovuto insegnare che un movimento né carne né pesce è perdente nell’ affannoso inseguimento di una forza con una collocazione e un programma ben precisi.
In conclusione, una miscela esplosiva, aggravata dalla necessità di cambare in fretta tipo di leadership. Agenda. E perfino collocazione. Se non lo farà, il M5S rischia davvero di scomparire dall’orizzonte. E non per un destino cinico e baro!

di Erio Matteo

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