di Michele Vespasiano
Christian Raimo, gigioneggiando tra valli e colline, ha ritratto il paese-museo del degrado: alcolismo, maschilismo, razzismo, chiese e fontane a secco. Dall’altra parte, antropologi difendono il paese-rifugio, ultimo baluardo di autenticità contro l’omologazione metropolitana.
Entrambe le visioni condividono lo stesso vizio: guardare il territorio rurale non per quello che è, ma per quello che conferma la propria immagine precostituita. È il paesismo, in entrambe le versioni.
Mentre gli intellettuali si scambiano accuse, i paesi scompaiono. I dati ISTAT pubblicati in questi giorni sono senza appello: nei prossimi vent’anni, i comuni sotto i 5.000 abitanti perderanno un terzo della popolazione. L’età media sfonda i sessant’anni, la natalità è prossima allo zero.
Lo spopolamento non è un’opinione. È un’emorragia che nessuna etnografia, per rigorosa che sia, può arrestare da sola. Mentre lumiereco sturea, lu malato more: mentre il medico studia, il malato muore.
Ed è qui che si apre il vero abisso. Il ritiro dello Stato non è il sottofondo della crisi, è la sua fotografia.
Le scuole chiudono e costringono le famiglie all’esodo. Ospedali e ambulatori ridotti all’osso trasformano l’entroterra in zona a rischio di vita. Banche e uffici postali scompaiono, e con essi gli sportelli bancomat: l’economia formale esce dal paese, e gli anziani devono fare decine di chilometri per ritirare la pensione. I trasporti pubblichi inesistenti rendono l’auto un obbligo di sopravvivenza, tagliando fuori chi non può guidare. Persino le parrocchie, storici aggregatori sociali, chiudono per mancanza di fedeli e sacerdoti.
Ogni chiusura è una sottrazione di diritto di cittadinanza. Quando i servizi si concentrano nelle città, il paese smette di essere una comunità e diventa una residenza involontaria, una prigione dorata per chi non ha le risorse per andarsene.
In questo scenario, la polemica tra woke e antiwoke appare per quello che è: una distrazione.
Il razzismo, il maschilismo, l’alcolismo descritti da Raimo non sono la causa del degrado, ma i sintomi di una comunità che ha perso gli strumenti di autodeterminazione e si aggancia a identità difensive, escludenti, viriliste. L’antiwoke diventa la rassicurazione di chi, avendo perso la battaglia sui servizi, si rifugia in una guerra culturale sostitutiva. È più comodo difendere i “valori contadini” o gridare al pericolo del gender che spiegare perché in quel paese non c’è più un medico di base.
La vera posta in gioco, allora, non è né la condanna né l’elogio dei borghi. È la politicizzazione del diritto a restare.
Restare o tornare in un paese dell’entroterra non è una scelta libera. È condizionata da ciò che lo Stato garantisce o nega, finanzia o depotenzia. Lo spopolamento non è una fatalità demografica: è il risultato di scelte politiche precise. La centralizzazione acritica dei servizi, la logica delle economie di scala applicata al territorio come fosse una fabbrica, la riduzione dello Stato a mero garante della competitività.
I paesi non vanno salvati con sagre, festival o post virali. Non vanno neanche abbandonati alla retorica del “tanto quei luoghi sono persi”. Vanno resi abitabili. Con scuole, medici, trasporti, lavoro dignitoso, acqua nelle fontane e strade percorribili.
La tenuta del territorio non è un lusso nostalgico. È un bene comune. E difenderlo significa riconoscere che risiederci dignitosamente è un diritto democratico.
Il paese reale ha bisogno di meno filosofie e più strutture. Meno parole e più bancomat. Meno neologismi, più autobus. Meno enfasi e più asili, perché senza non ci saranno neppure bambini.
Nel recente incontro dei vescovi a Benevento, il cardinale Matteo Zuppi, presidente della CEI, dopo aver lanciato l’allarme che «Ci sono famiglie senza casa e case senza famiglie», ha insistito sulla necessità che siano messe in campo strategie precise e non più rinviabili, perché «le aree interne non sono il passato, ma rappresentano le radici dell’Italia e quindi possono dare nuovi frutti».



