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Ma l’altro non è un nemico

 

Le barricate a Ferrara contro l’arrivo di dodici donne, profughe extracomunitarie, cacciate da Goro, comune della stessa provincia di Ferrara, ci obbliga – come cittadini responsabili e cristiani adulti – a delineare qualche segmento di serena riflessione. Prima di tutto una domanda: che senso ha l’invocato bisogno di sicurezza? La risposta si articola lungo due percezioni, la prima che configura l’altro che arriva come nemico, la seconda nasce dall’immediato interesse di salvaguardare i livelli di benessere raggiunti dalle nostre abituali condizioni di vita. In ordine a quest’ultima percezione è significativa la lodevole manifestazione di solidarietà di tanti adolescenti della zona portuale e popolare di Napoli verso i recenti sbarchi di profughi in condizioni di estremo bisogno. Certamente i fatti hanno evidenziato l’innata tendenza solidale dei partenopei, ma è anche il segno che l’inavvertenza del bisogno egoistico è collegata a condizioni di vita di poco migliori a quelle dei migranti. Rispetto alla prima percezione avvertiamo, altresì, l’immediata reazione a tutto ciò che mette in discussione la nostra identità antropologica, culturale e sociale, in un momento che si avverte un sempre più diffuso bisogno collettivo di identità. Una delle ragioni di fondo del mancato decollo della comunità europea trova radicamento proprio in questo non soddisfatto bisogno di una politica autenticamente europeista e solidale: non sono casuali i ricurgiti nazionalistici presenti in quasi tutti i paesi membri dei C.E.I. Eppure, parallelamente a questa diffusa percezione di insicurezza, si fa strada la probabilità che il pericolo vero per la sicurezza futura della nostra società occidentale sia di ricondursi, piuttosto che agli esclusi oggi additati come nemici, proprio alla incapacità di creare condizioni di reciproca fiducia, cioè di sufficiente integrazione tra le persone di ogni provenienza etnica e culturale, sia all’interno dei singoli Stati, sia a livello planetario tra i diversi popoli. La storia, come maestra di vita, ci dovrebbe insegnare che la continua produzione di figure nemiche, ha generato – nel medio e lungo periodo – condizioni di persistente instabilità e forsennate competizioni, generatrici di numerose guerre. Il senso profondo del nuovo umanesimo sociale di Papa Francesco pone la giustizia e la misericordia come paradigmi indispensabili per il riconoscimento quotidiano dell’altro. Gli appelli populistici alla tolleranza zero verso i migranti trovano facile attecchimento nella intrinseca debolezza del nostro Paese circa gli scarsi livelli di legalità. L’esigenza di una vera prevenzione parte certamente dalla consapevolezza che l’altro pone non pochi problemi, ma renderlo un nemico non è una prospettiva positiva. Tale facile via, per alcuni grossolani osservatori, non comporta nessuna seria progettazione di integrazione, né costi cospicui. Cosicché la facile delegittimazione di chi crede nella promozione dello sviluppo dei Paesi poveri come presupposto per la pace, raccoglie frettolosi e interessati consensi, quasi che la cultura della dottrina sociale della Chiesa e il messaggio evangelico da cui nasce fosse una effimera utopia e non la via maestra per un rilancio di una comunità europea sempre più in affanno e carente di un pregnante connettivo umano e sociale.
edito dal Quotidiano del Sud

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