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Mattarella e la politica da ricostruire

3 febbraio 2015, 3 febbraio 2022. Il giorno è lo stesso, l’anno ovviamente è diverso, la personalità che giura da Capo dello Stato è sempre Sergio Mattarella. La sua figura è una garanzia per un Parlamento slabbrato e frammentato che in questi anni ha provato a ricucire e anche ora continuerà la sua opera. Si è rivolto non solo alle forze politiche ma ad un Paese sfiduciato e preoccupato dalla crisi sanitaria ed economica che non ha nascosto la soddisfazione per una riconferma voluta, solo per citare un esempio, anche attraverso i tanti applausi raccolti nelle ultime manifestazioni pubbliche. Con stile e sobrietà si è battuto contro l’estremismo e il populismo che ci sono nel Palazzo e fuori dai palazzi della politica, si è battuto per l’Europa e per un’Italia credibile agli occhi dell’Unione. Un Paese che doveva essere messo al riparo da follie e che deve ritrovare la stabilità perduta. La sua figura autorevole è l’esatto opposto di partiti che l’autorevolezza l’hanno persa da tempo e che hanno sprecato anche questa occasione. E’ stato scritto che è un gigante tra tanti nani. Ricostruire un sistema è la vera sfida da affrontare nei prossimi anni. I partiti hanno ancora una volta fallito, tutti. Naturalmente c’è chi ha più responsabilità di altri. Il fallimento è di tutta questa legislatura che ha consumato coalizioni ormai logore, non c’è mai stato un politico eletto in Parlamento alla Presidenza del Consiglio, si sono alternate tre diverse maggioranze, ognuna delle quali agli antipodi con la precedente. Un panorama di macerie che andranno rimosse in fretta se si vuole arrivare ad una campagna elettorale e ad una nuova legislatura che poggi su gambe più solide. Un anno nel quale c’è, per fortuna, l’ombrello di Mattarella a proteggere il Paese ma le condizioni, per creare progetti e idee e rimettere in moto una macchina ferma, toccano a chi guida i partiti e non a chi sta al vertice della massima istituzione della Repubblica. Un chiarimento interno stavolta non basta serve uno sforzo condiviso per evitare di dare vita nella prossima legislatura agli stessi giochini di questa, uscire dal casting delle candidature occasionali e cambiare in profondità a partire dalle leadership. Un’occasione che non può essere sprecata perché un anno passa in fretta. Essersi affidati a forze che sono implose nel giro di poco tempo è stato un errore, la furia anti-casta, giustificata per i tanti errori commessi nel passato, ha prodotto il Parlamento più eterogeneo della storia repubblicana. La crisi di questa legislatura è l’espressione di quella dei partiti che lo rappresentano, specchio fedele di leggi elettorali che hanno prodotto un esercito di nominati che si sono ribellati ai loro “capi” per arrivare senza patemi al 2023. Nessuna delle due coalizioni gode di buona salute, un centrodestra a pezzi che non è mai stato insieme nelle scelte determinanti. Diviso sul Conte uno, diviso sul governo Draghi e diviso sulle elezioni del Quirinale. Se Atene piange, Sparta non ride, perché anche il centrosinistra è una coalizione da ricostruire dalle fondamenta e la diffidenza di questi giorni tra Letta e Conte è stata palpabile. Ha scritto Antonio Polito che la “vera grande sconfitta è un’idea della politica, che in nome del popolo si presenta da anni come nuova, diversa, irriverente, moderna, anti-politica e che invece dietro la maschera ha dimostrato di essere solo una specie deteriore di politica, persino più bizantina, misteriosa e opaca della precedente…un’idea populista che tratta il popolo non come sovrano ma come spettatore e tenta di accattivarsene i favori a furia di conigli dal cilindro e colpi di teatro”.  E’ tempo di uscire da questa stanca rappresentazione.

di Andrea Covotta

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