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Quest’ottobre che ci siamo lasciati ieri alle spalle, sta davanti a noi, nel senso che non sarà dimenticato. Sta già producendo un vivace dibattito politico e mass-mediatico; è scontato  che sarà oggetto di saggi e libri in un lasso di tempo lungo.  E’ un ottobre che ha visto coincidere due eventi: uno, il centenario della marcia su Roma e l’instaurazione della dittatura fascista, è una nota e amara ricorrenza; l’altro, invece, era imprevedibile fino a qualche anno fa. Stiamo parlando della formazione del primo governo di destra-centro della storia della Repubblica, presieduto dall’on. Giorgia Meloni, Presidente di un partito, Fratelli d’Italia, che è una filiazione del fascismo, pur se indiretta (prima l’Msi, chiaramente fascista, poi Alleanza Nazionale, che ne prese in parte le distanze). Che sarà effettivamente il governo Meloni, saranno i fatti a dirlo. Quel che è comunque verità oggettiva è che l’Italia non solo è il paese in cui nacque il fascismo, che si diffuse in Germania, Spagna,  Portogallo e nel mondo, ma è anche quello in cui vanno oggi al potere i “pronipoti” dell’unica dittatura della nostra storia dall’Unità in poi. C’è da riflettere su che cosa caratterizza  nel profondo la coscienza degli italiani.

Ciò contro cui bisogna – se democratici- opporsi con determinazione intransigente è la rivalutazione del fascismo che pare prendere piede in forma strisciante. Ricordiamo perciò  con Hannah Arendt (“Le Origini del totalitarismo”, 1951) che il fascismo fu un regime totalitario, al pari del nazismo e dello stalinismo. Ne ebbe  i caratteri: partito unico, dittatura, monopolio culturale, mobilitazione delle masse, regime poliziesco, terrore. C’è però una differenza non da poco tra stalinismo e nazifascismo: il primo si basò sull’utopia comunista dei liberi e uguali; il secondo su un’utopia nazionalistica, razzista e guerrafondaia. E ha ragione Antonio Gramsci  (“Tesi di Lione”, 1926).quando  ne fa il prodotto della “reazione della borghesia agraria e industriale”, che con “una controrivoluzione preventiva” instaurò una sua dittatura per evitare che l’esempio della Rivoluzione d’Ottobre fosse seguito dal proletariato europeo. Ma, aggiungiamo, non bisogna perdere di vista che il fascismo nacque in Italia e non altrove. E ciò perché – scrisse Benedetto Croce in un articolo sul New York Times del 1943 – fu prodotto dalla “malattia morale”  che contagiò gli italiani a causa della crisi socio-economica del periodo seguito alla prima guerra mondiale e provocò “uno smarrimento di coscienze”, “una depressione civile, un’ubriacatura nazionalistica”. Se questo è vero, non è però vero che il fascismo fu una malaugurata “parentesi” nella storia dell’Italia unitaria, caratterizzata dalla progressiva affermazione del regime liberale. L’involuzione autoritaria  dei governi di fine Ottocento è innegabile. Ha ragione invece Piero Godetti (“La rivoluzione liberale” 1924), assassinato dai fascisti a 25 anni, nel dire che il “fascismo fu “un’autobiografia della nazione”, in cui si raccolsero miserabilmente  i vizi, i mali e la magagne delle classi sociali dominanti sempre ripiegate sul proprio guicciardiniano “particulare”: “l’autoritarismo, il conformismo, il trasformismo”, etc. Emblema della miseria del fascismo appare  Benito Mussolini proprio nei momenti del suo trionfo e della sua tragedia: pronto a riparare in Svizzera, partendo da Milano, se la marcia falliva; travestito da caporale tedesco mentre tentava di fuggire quando il fascismo crollò.

di Luigi Anzalone

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