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Montemarano, la comunità e il rito del Carnevale

Il Carnevale è la Festa Popolare per eccellenza, è la festa dell’inversione. Come festa, è un intervallo del tempo ordinario. E il rito simbolico dell’antiquotidiano. Secondo il canone grottesco, i ricchi diventano poveri, i poveri si trasformano in ricchi.

La fase conclusiva del Carnevale si risolve nel parodico funerale e soprattutto nella lettura del ‘testamento, esempio di satira irriverente,  di intelligente scurrilità, e di uso corrosivo del dialetto.

I Montemaranesi  ne hanno conservato i tratti originali, presidiati dall’autoctona Tarantella, Coerentemente con il Mondo alla Rovescia, hanno trasformato la figura giullaresca per antonomasia, il Pulcinella, nella ribaltata maschera del  Caporabballo, integrando il tipico costume napoletano con i segni distintivi del potere, quali il mantello e il bastone.

Il  Carnevale di Montemarano è rituale, giacchè si svolge sempre allo stesso idiosincratico modo. Parte dal basso ed è antistituzionale. E’, forse, l’ultimo carnevale di partecipazione. Non chiede esibizione, non mira all’ allegoria. Non è un evento.

E’ autarchico perché non ammette alcuna importazione dall’esterno di idee, immagini, suoni; e perché i Montemaranesi, pur essendo tra le comunità  più ospitali dell’entroterra irpino, se lo fanno tutto per loro e tra di loro.

A Montemarano non si viene per assistere alla sfilata di carri satirici o di balletti organizzati. Il carattere trasgressivo è affidato al camuffamento e al cadenzato movimento  dei corpi nelle ‘mascarate’.

Il Carnevale Montemaranese è la sintesi del delirio dionisiaco tipico dei Saturnali con la rivalsa popolare , maturata  in epoca medievale. Anzi è un  carnevale  sinestetico, capace cioè di suscitare esperienze multisensoriali. La vista, infatti,  è  paradossalmente il senso meno ( e comunque non l’unico ad essere) sollecitato. L’Aglianico non ama  essere osservato.

La sonorità pervasiva della Tarantella ipnotizza il Montemaranese e i suoi ospiti. Fissa e somministra  il tempo della Festa, disegnando un flusso crescente di estasi profana dalle ore mattutine, dedicate alla meticolosa preparazione dei costumi, fino all’ebbrezza sensoriale della incipiente notte di baccanale. Le sfilate processionali partono ordinate nella luce del primo pomeriggio invernale, affettando la rutilante  creatività delle maschere. Al crepuscolo, tuttavia, si scompongono in traiettorie sinusoidali e sinistre di metamorfosi dionisiaca; confluiscono nei vicoli del centro storico, invadendo gli spazi, altrimenti dominati dalle  Chiese e dalle Immagini sacre.

E’ questo il momento più coinvolgente e ineffabile del Carnevale montemaranese, quando  gli occhi  riescono a malapena a scorgere i pennacchi dei Caporabballi e il clarino impennato dai satireschi suonatori, non potendosi più distinguere le maschere dai corpi impegnati nel ritmo <tarantellato>. E’ la fase della penombra, della soglia tra finzione e realtà, dell’ibridazione sensoriale

Mino Mastromarino

 

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