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Finalmente si vota. Dopo una campagna elettorale lunghissima ed estenuante tra pochi giorni gli italiani decideranno se approvare o bocciare la riforma costituzionale. La sensazione generale è quella della saturazione più che della partecipazione. Il Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano ha parlato di sfida aberrante con toni eccessivi che non fanno bene al paese. Il referendum è stato vissuto in modo lacerante e ha diviso drammaticamente in due il Palazzo, i partiti, imprese e sindacati. Insomma un duello tipicamente italiano. Noi siamo infatti abituati ai guelfi e ai ghibellini, alle urla da stadio più che al confronto. E così se i sostenitori del sì parlano di una riforma che evita l’inferno della instabilità, quelli del no rispondono invocando il pericolo di una deriva autoritaria. Le tifoserie portano alle esasperazioni, all’eccesso. E così resta sullo sfondo il merito della riforma. E’ almeno da trent’anni che l’obiettivo è quello di rendere più equilibrato il rapporto tra governo e parlamento ma come ha messo in evidenza Marco Damilano sull’Espresso Camera e Senato non sono più il cuore del sistema e allora oggi si vuol tagliare la mano quando già è stato amputato il braccio: le assemblee legislative contano poco in Europa e pochissimo in Italia, il pendolo del potere si è spostato da tempo sull’esecutivo. Il contenuto dunque è il vero assente di questa campagna elettorale. Tutti sono concentrati su altre battaglie che però inevitabilmente hanno trovato nel referendum il terreno di scontro ideale. Nel PD è scattata l’ora del congresso anticipato con il duello tra Renzi e la minoranza, nel centro destra Salvini e Meloni in caso di vittoria del No spingono per un voto anticipato mentre Berlusconi ipotizza la nascita di un governo che riscriva la legge elettorale. E il Movimento Cinque Stelle guarda al 4 dicembre con il solo obiettivo di “cacciare” Renzi da Palazzo Chigi. L’esigenza dunque del cambiamento o di “salvare la costituzione più bella del mondo” passa dunque in secondo piano rispetto al primato della propaganda. Siamo entrati insomma in un grande gioco della Torre dove tutti puntano a buttare giù il Presidente del Consiglio che del resto come spiega il sociologo Ilvo Diamanti è stato il primo ad aver attribuito al referendum una finalità politica e personale. Annunciando che, nel caso non fosse stato approvato dal voto popolare, si sarebbe dimesso. Così il referendum si è trasformato in un plebiscito. In un’investitura o, al contrario, una disinvestitura. Diretta. Anzi immediata. Questa piega è divenuta esplicita nelle ultime settimane. Perché, al di là di tutto e di tutti, il confronto pone, ormai, di fronte il Capo e il Popolo sovrano. Al quale Renzi si è rivolto. Saltando ogni mediazione. E dunque per dirla con Diamanti è diventata la riforma di Renzi e solo bocciandola si boccia il premier. In questa situazione tra i pochi punti fermi anche dopo il 4 dicembre c’è il Presidente della Repubblica. Toccherà, comunque vada, a Mattarella far ritrovare ai partiti la strada della responsabilità. In caso di vittoria del No dovrà immaginare una soluzione per rimettere in equilibrio un sistema puntando su un esecutivo che faccia almeno una nuova legge elettorale. Se invece dovesse vincere il sì allora il Capo dello Stato avrebbe un compito più semplice perché un governo già c’è ma per certi versi più difficile, avrà infatti il dovere di ricucire un paese scosso e diviso da una campagna elettorale lunghissima e nevrotica. Nei giorni scorsi Mattarella si è definito un arbitro che interviene senza prendere posizioni rumorose ma inducendo a riflessioni esercitando l’arte della persuasione che è più efficace se non è proclamata in pubblico.
edito dal Quotidiano del Sud

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