Mentre i prezzi delle nocciole turche volano, la Campania e l’Irpinia assistono a una stagione di raccolto drammatica. Secondo Areté, società di analisi delle materie prime agrifood, il listino della nocciola turca sgusciata destinata all’Europa ha superato i 14mila dollari a tonnellata, segnando un aumento del 38% in meno di due mesi e più che raddoppiando i valori dello scorso anno.
Eppure, di fronte a questa corsa dei prezzi, l’Italia resta spettatrice. La produzione nazionale è in affanno: in Piemonte, Lazio e soprattutto in Campania, le stime di inizio anno sono ormai un miraggio. Perdite superiori al 40% rispetto al potenziale medio hanno compromesso le previsioni più rosee – 120mila tonnellate secondo Inc, 144.600 secondo l’Istat – e messo in discussione la sostenibilità economica di un settore già fragile.
In Irpinia, cuore della nocciola avellinese, la crisi è diventata strutturale. Dopo la dichiarazione dello stato di crisi agricola a maggio, il Coapi (Coordinamento Agricoltori e Pescatori Italiani) denuncia una caduta precoce e generalizzata delle nocciole già a luglio, con perdite tra il 60% e il 90%. Stress termico, piogge violente, parassiti e malattie fungine hanno colpito duramente i noccioleti, riducendo drasticamente un raccolto che rappresenta non solo un comparto produttivo, ma un patrimonio identitario del territorio.
Di fronte a questo scenario, la domanda sorge spontanea: perché continuare a dipendere dalle nocciole turche, mentre la nocciola avellinese, rinomata in tutto il mondo per qualità e tradizione, resta senza tutele adeguate? Servono politiche concrete per proteggere i produttori locali, incentivare la produzione interna e ridurre la dipendenza da mercati esteri instabili. Senza un intervento immediato, il rischio è che l’Irpinia perda uno dei suoi simboli più riconosciuti, lasciando campo libero all’importazione massiva e a un mercato sempre più distante dai nostri territori.
Anna Bembo



