“Al di là dell’iter giudiziario, che ci auguriamo possa contribuire a fare piena luce sui fatti e sulle responsabilità, la vicenda della morte di Abderrahim Fakir ci lascia un profondo senso di angoscia e dolore. Sentiamo imprescindibile esprimere il nostro cordoglio ai familiari ed esplicitare, come professioniste e professionisti della psicologia, lo sgomento nel confrontarci con immagini che restituiscono uno spaccato di violenza e di freddezza verso la sofferenza di un altro essere umano”. E’ quanto affermano in una nota i componenti del Gruppo di lavoro di Etnopsicologia dell’Ordine degli Psicologi della Campania, Adelina Galdo, Giulio Escalona, Francesco De Riso e Rocco Agostino.
Su quanto accaduto a Bologna, l’Ordine rimarca l’importanza di mantenere un dialogo sano e costruttivo anche con le forze dell’ordine, per costruire una cultura del rispetto dell’accoglienza e della pace.
Il Gruppo di lavoro di Etnopsicologia sottolinea inoltre come la storia di Abderrahim Fakir sia “la storia di tante persone che la povertà, la paura, la solitudine, il razzismo istituzionale, la discriminazione sociale e l’impossibilità di esprimere il proprio mondo interiore nella propria lingua madre, spingono oltre i limiti della sopportazione, rendendole estremamente vulnerabili. Una vulnerabilità alla quale troppo spesso non riusciamo, o non sappiamo, dare risposte adeguate”.
“Yossra Fakir, nipote di Abderrahim, ci invita a chiederci il perché di quanto accaduto. Il perché che questa vicenda ci consegna – proseguono i componenti del Gdl di Etnopsicologia dell’OPRC – riguarda anche quelle dinamiche, spesso invisibili e complesse, che attraversano i servizi di salute mentale e le istituzioni chiamate a prendersi cura delle persone: la pressione esercitata dai contesti familiari e sociali, il rapporto con le forze dell’ordine, il peso della posizione di garanzia, il timore dell’errore, il senso di impotenza che talvolta può trasformarsi in bisogno di controllo o in pratiche giustificate dall’idea del ‘per il tuo bene’. Sono dinamiche che non spiegano né giustificano quanto accaduto, ma che chiedono di essere riconosciute e pensate, perché è anche dentro questi nodi che può smarrirsi il significato della cura”.
“Per questo – concludono i firmatari della nota – il nostro interrogativo non è rivolto soltanto agli eventi di Bologna. È una domanda che riguarda anche noi, le nostre professioni, le nostre istituzioni e la responsabilità collettiva di continuare a costruire luoghi in cui la vulnerabilità non venga contenuta, ma accolta e compresa”.



